Dopo il voto, per un’Europa capace di agire

, di Antonio Longo

Dopo il voto, per un'Europa capace di agire

In questa campagna elettorale i partiti e i governi non hanno parlato di Europa, ma dei loro problemi interni. In Italia i cittadini hanno assistito per lo più ai litigi nella compagine di governo, ma anche negli altri Paesi i temi della lotta politica nazionale si sono spesso imposti su quelli della politica europea.

Evidentemente i partiti preferiscono ancora ‘giocarsi’ il consenso dei cittadini sulle questioni del potere nazionale (che ben conoscono), finalizzate a soluzioni solo nazionali. In tal modo tengono i temi europei (sui quali si decide il nostro futuro) lontani dalle decisioni dei cittadini.

Ciononostante, il significato politico complessivo di questa elezione è europeo. Innanzitutto l’affluenza alle urne è stata la maggiore degli ultimi vent’anni (con l’eccezione dell’Italia). Ciò significa che i cittadini percepiscono che votare per l’Europa è importante, non solo per i riflessi interni, ma anche per determinare la politica europea. Quindi, l’Europa c’è.

In secondo luogo, i cittadini hanno compreso che questa volta c’era una contrapposizione tra sovranisti ed europeisti e che valeva la pena schierarsi. Il risultato è nettamente favorevole al fronte europeista che ha una grande maggioranza nel nuovo Parlamento, con possibili diverse combinazioni. Quindi, l’Europa c’è ancor più.

Se i conflitti interni nazionali hanno avuto ancora la meglio (purtroppo) sui temi del dibattito europeo, questi ultimi riemergeranno presto. Con l’aggravante che le diverse soluzioni non sono state prospettate ai cittadini, che non le hanno quindi potute discutere e valutare.

Tre sono le questioni essenziali che anche questo voto propone e che i governi nazionali non sono in grado di affrontare, né come singoli Paesi né sulla base di quel metodo intergovernativo che da sempre caratterizza la loro azione.

Primo, il tema dello sviluppo sostenibile. Lo ricorda continuamente il movimento dei giovani per la salvezza ambientale, avviato da Greta Thumberg. Occorre avviare la transizione dell’economia europea verso le fonti energetiche rinnovabili. Per far questo sono necessarie ingenti risorse finanziarie da investire nello sviluppo tecnologico. Devono essere risorse europee nuove, aggiuntive rispetto all’attuale bilancio dell’Unione e che possono essere introdotte con una fiscalità europea adeguata a carico di chi inquina (ad es. la carbon tax), di chi paga le tasse in forma irrisoria (ad es. i giganti del web) e altro ancora. Inoltre lo sviluppo sostenibile deve farsi carico della questione sociale indotta dai processi di automazione nell’industria e nei servizi. Ancora: sono pure da definire i termini dello stesso mercato europeo del lavoro, per evitare il dumping sociale e l’accentuazione delle distorsioni regionali.

Secondo, il tema delle migrazioni. Di fronte al palese fallimento degli Stati (e ai loro litigi) occorre invertire rotta e affidare alla Commissione europea il potere esecutivo esclusivo per la gestione della frontiera europea e il governo dei flussi migratori. Altrimenti non si può parlare di politica europea delle migrazioni. Se l’Unione vuole davvero governare il problema, deve inoltre farsi carico dello sviluppo economico del continente africano, per non essere travolta dal boom demografico previsto (2 miliardi di persone entro il 2050) e per non abbandonare questo continente all’egemonia cinese. Tutto ciò comporta la disponibilità di risorse proprie dell’Unione per lanciare un Piano europeo per l’Africa (da condividere con i Paesi africani disponibili), unitamente ad una politica estera unitaria.

Terzo, la difesa europea. È una necessità impellente ormai, dopo il disimpegno americano. La cooperazione strutturata permanente (PESCO), deve evolvere verso un’Unione europea della difesa e sicurezza, con investimenti comuni nella ricerca per l’industria della difesa. Occorre che il Parlamento europeo possa legiferare anche su questi temi e che il Consiglio (dei Ministri UE della difesa) possa decidere a maggioranza. Sarà questo un banco di prova decisivo per dare all’Unione un volto più marcatamente politico.

Affinché questi propositi possano tradursi in un programma di governo per la nuova legislatura europea, occorrono due condizioni essenziali.

La prima è che il nuovo Parlamento possa decidere autonomamente chi sarà il futuro Presidente della Commissione. Esattamente come avvenne cinque anni fa con l’elezione di Jean-Claude Juncker, è il Parlamento che deve decidere chi – tra i vari capilista (spitzenkandidaten) – dovrà formare il nuovo esecutivo europeo. È questa la condizione essenziale che determinerà la natura della Commissione come governo politico dell’Unione, cioè come governo che nasce da una maggioranza politica parlamentare. Qualora invece il Presidente della Commissione fosse imposto dal Consiglio europeo al di fuori della logica degli spitzenkandidaten ciò determinerebbe una forte ripresa del metodo intergovernativo (l’Europa dei governi). Un metodo fallimentare, che si pone contro lo sviluppo di una democrazia europea di tipo parlamentare.

La seconda condizione perché le politiche dello sviluppo sostenibile, delle migrazioni e della difesa possano divenire effettivamente europee sta nella combinazione di due fattori: la fine del potere di veto degli Stati sulla fiscalità e la sicurezza e la formazione di risorse finanziarie “proprie” dell’Unione. Per fare una qualsiasi politica è essenziale che poter decidere a maggioranza. Ciò, però, non basta. Occorre poi avere le risorse finanziarie per dare corso alla decisione presa. In altri termini l’Unione deve avere risorse proprie, cioè non delegate dagli stati. Ciò significa una capacità d’imposizione fiscale diretta, come un qualsiasi potere efficace di governo.

Queste sono le condizioni per un’Europa capace di agire. Al proprio interno e nel Mondo. E questo sarà il vero banco di prova della nuova legislatura che nasce dal voto del 26 maggio 2019.

Fonte immagine: Gioventù Federalista Europea.

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