Egemonia culturale nazionalista e noi?

, di Giulio Saputo

Egemonia culturale nazionalista e noi?
Europa e il toro, Guido Reni.

Costruire una narrazione alternativa all’emergenza.

Viviamo in un pianeta interconnesso, mai così ricco di beni e di contraddizioni radicali. Un mondo che, per la prima volta, condivide lo stesso destino, in cui le narrazioni dell’umanità per uscire dalle crisi con una coscienza comune (il cosiddetto “catastrofismo emancipativo”) ancora non hanno fatto il loro corso. Sebbene esistano grandi movimenti internazionali per i diritti umani, per la democrazia e, ultimamente, per la difesa dell’ambiente. Quelle ad essere in crisi strutturale in questa realtà sono però le istituzioni che dovrebbero dare delle basi a questi valori e realizzarli. Da un lato, gli stati nazionali non sono in grado di rispondere a sfide che volano oltre i loro confini; ma dall’altro, neanche le istituzioni multilaterali, nate dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono più in grado di reagire a questi allarmi sempre diversi e sempre più gravi.

Il mondo è cambiato dagli anni ’40 e anche dalla fine della Guerra Fredda ma, nonostante tutto, abbiamo sostanzialmente lo stesso sistema istituzionale che sopravvive grazie a misure straordinarie, di emergenza in emergenza, accompagnandosi a braccetto al declino relativo della liberal democrazia (con buona pace per la “fine della storia”). In questo contesto, quello che sembra oggi trionfare come narrazione raggiungendo un gran livello di egemonia culturale (anche nel mondo moderato nostrano) è l’ideologia nazionalista (spesso anche xenofoba e autoritaria). Quell’idea, già ampiamente decostruita nel tempo, per cui ad uno Stato debba corrispondere una nazione che ha un preciso ruolo ed interessi unici nella storia in una qualche forma di superiorità/competizione con le altre. Ne abbiamo già parlato (https://www.eurobull.it/dietro-il-dibattito-sullo-ius-soli-una-critica-al-nazionalismo?lang=fr) e non ci ritorneremo, quel che è evidente è però che il nazionalismo competitivo sta riconquistando il mondo: ha dalla sua i leader dei BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). Ha dalla sua gli Stati Uniti di Trump. Ha dalla sua potenze regionali come la Turchia, il Pakistan o Israele.

Eppure la realtà ha dimostrato che si tratti dello scoppio di una bolla finanziaria, di epidemie o di cambiamenti climatici, il mondo è ormai divenuto una comunità di destino e non bastano dei proclami per ridare agli Stati quella sovranità ormai anacronistica e percepita dalla memoria collettiva in modo distorto. La dimensione mondiale dei fenomeni imporrebbe una nuova capacità di governo da parte della politica.

E cosa sta succedendo in Europa?

L’Unione europea è uno straordinario esperimento di superamento dello Stato nazionale per costruire le fondamenta di un governo democratico alla globalizzazione, un processo politico ancora in corso che prova a dare un esempio al mondo su come si possa superare lo stato di natura nelle relazioni internazionali per far trionfare il diritto. Una realtà in cui si può pensare l’identità in modo non esclusivo e multilivello.

Ma tutto questo non basta.

Oggi viviamo in un guado. Le istituzioni comunitarie hanno un potere di fatto (vedi politica monetaria o commerciale) ma è limitato dall’assenza di una forte legittimità politica (intendiamo percepita), stroncato dal sistema intergovernativo, dallo strapotere degli Stati (vedi ricatto su rinnovo bilancio pluriennale) e in mano purtroppo a persone che iniziano ad abbracciare l’idea della «fortezza Europa» come via più facile all’unità. Questo è un problema che qui possiamo solo accennare, ma determinante. Nel tentativo di arrivar a costruire strumenti alternativi per il problem solving del mondo globalizzato, aggirando il momento costituente (“il salto federale”), stiamo di fatto accettando comunque una forma di Stato con istituzioni e valori che progressivamente rischiano di diventare aberranti.

Ritenere la Grecia uno scudo dell’Europa contro dei disperati che scappano dalla guerra (parole della Presidente della Commissione) dove ci sta portando?

Col coronavirus l’Ue sta vivendo una nuova crisi che si aggiunge ad una situazione di interregno gramsciano, se concentriamo lo sguardo su determinate aree di policy, in cui è evidente che il vecchio potere degli stati-nazione non muore e il nuovo potere europeo non è ancora in grado di nascere. In tutti questi ambiti, in queste aree di competenza confusa, si sviluppano delle aberrazioni, delle negazioni dei valori su cui si fondano le Costituzioni democratiche nazionali e l’Unione europea stessa. Questo sta avvenendo per la (non) gestione dei flussi migratori (https://www.cespi.it/it/eventi-attualita/dibattiti/riflessione-sul-futuro-dellunione-europea-0/la-narrazione-oltre), per il mancato rispetto dello stato di diritto (vedi il caso di Polonia e Ungheria) o, nel caso che abbiamo in esame, per l’emergenza pandemica. Mancate decisioni, crollo di solidarietà, frenetico immobilismo intergovernativo: un susseguirsi di riunioni tra capi di Stato che bloccano ogni capacità di decisione comunitaria. Sì perché purtroppo (e in questo i media italiani hanno una responsabilità particolare) c’è una gran confusione su cosa sia l’Europa. Una confusione che distrugge l’utopia e crea sempre un facile capro espiatorio, un alibi per non dare all’Ue gli strumenti democratici per agire mentre consente ai governi (di tutti i colori) di ritrovare consenso in un nazionalismo che è sempre facile da fomentare.

I successi dell’Unione passano come successi degli Stati e gli insuccessi degli Stati trovano sempre un capro espiatorio nell’Ue. Ad ogni riunione dei capi di Stato o del Consiglio o dell’Eurogruppo si alza un gran polverone di dichiarazioni incrociate che nasconde il fatto che il re è nudo. Ai cittadini non si rivela il vero problema nascosto dal dito: la mancanza di strumenti per agire e per decidere in modo democratico sul piano europeo.Lo abbiamo visto per la gestione disumana dell’emergenza umanitaria messa in atto coi processi migratori, le istituzioni comunitarie provano a proporre soluzioni e gli Stati le ignorano. Vanno avanti com’era stato per la crisi economica, con procedure confuse, con misure straordinarie, con tasselli di accordi sovranazionali tra Stati che tagliano fuori la democrazia. Questo hanno fatto i governi degli ultimi anni.

Il problema è che l’ideologia nazionalista e il modus operandi intergovernativo dopo la crisi economica stanno ora «nazionalizzando» anche la narrazione delle istituzioni e del progetto europeo stesso. Invece di creare uno Stato post-nazionale, il pericolo concreto è di virare verso uno Stato-nazionale europeo. Da qui sarebbe lecito iniziare a domandarsi chi difende la narrazione alternativa all’egemonia culturale nazionalista sul piano nazionale/continentale/globale che ormai inizia a far breccia anche nei moderati nostrani come risposta alla pari ai vari Salvini, Le Pen, ecc.

Praticamente invece di rivoluzionare il campo di gioco, si accetta spesso la loro partita, semplicemente elevando sul piano sovranazionale il livello dei valori che mettono in campo, cadendo nella trappola del nazionalismo europeo persino nella dialettica istituzionale. Invece di inventare, di mettere sul piatto nuove parole d’ordine, accettiamo la subalternità e reimpugniamo le loro, credendo di dargli un altro senso. Le parole purtroppo hanno un significato di per sé, anche prescindendo dal contesto d’uso comune, hanno un portato che definisce uno stigma.

Non dobbiamo avere paura di parlare di identità, di valori, di futuro, di comunità, ma dobbiamo trovare un nostro modo per immaginare tutto questo e trasformarlo in strategia politica.

Perché va bene vivere il breve periodo, è giusto lottare per uscire fuori dall’emergenza, ma spetta a tutti noi anche pensare e narrare il mondo che costruiremo dopo: come combattiamo questa egemonia culturale che minaccia di portarci a grandi passi verso una distopia orwelliana?

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