Europa e migranti. Per un progetto condiviso sul nostro futuro

, di Giampiero Bordino

Europa e migranti. Per un progetto condiviso sul nostro futuro

I processi migratori che, soprattutto dall’area mediterranea, investono da tempo l’Europa rappresentano per il nostro continente, e per la vita dei suoi abitanti, una sfida decisiva. L’Europa è in sostanza di fronte ad un bivio: può rischiare una vera e propria dissoluzione e infine perdersi in quanto civiltà, oppure può tentare di rinnovare la propria identità comune proponendosi al mondo come un possibile modello di democrazia pacifica e inclusiva.

Di fronte a questo bivio, per costruire una scelta per la vita e sfuggire invece ad una possibile scelta suicida, non bastano più le politiche e i progetti parziali e di breve respiro. Pur dopo il tramonto delle grandi ideologie ottocentesche e novecentesche, che promettevano un senso e un fine in qualche modo garantiti all’agire umano, occorre oggi tuttavia almeno una «visione del mondo», un progetto complessivo di società e di civiltà in grado di rappresentare il possibile orizzonte condiviso di tutti gli europei. Vecchi europei e insieme nuovi europei, quelli appunto provenienti dai processi migratori che caratterizzano il nuovo secolo. E’ bene ricordare, a questo proposito, che questi processi non solo sono in gran parte inevitabili, ma anche in qualche misura necessari. E tutto ciò non ha nulla a che fare con il preteso «buonismo» di cui molti parlano in chiave anti-migranti. Ha a che fare invece con il «realismo», che dovrebbe ispirare anzitutto le leaderdship politiche, almeno quelle che non intendono cavalcare, o per ottusità o per opportunismo, le paure e i risentimenti di settori sociali sempre più estesi.

In sostanza, come è noto, la demografia ci dice che tutta l’Europa è segnata da un forte calo demografico e da un forte processo di invecchiamento, e che solo i flussi migratori, ovviamente controllati e gestiti, possono in qualche misura compensare questo calo, in modo tale da consentire la sopravvivenza del sistema economico e sociale europeo. Per fare il solo esempio dell’Italia, se proseguissero le tendenze demografiche attuali, inclusa un’immigrazione netta di circa 100 mila unità annue, nel 2050 la popolazione si ridurrebbe dai poco più di 60 milioni attuali a circa 57 milioni di abitanti. Senza alcun flusso migratorio (pura ipotesi teorica, dato il contesto), la popolazione calerebbe invece a 52 milioni, in buona misura anziani e quindi non più produttivi, con effetti facilmente immaginabili sulla sostenibilità dei sistemi di protezione sociale che caratterizzano dal Novecento le società europee. In questo caso, si tratta per gli europei, e per gli italiani nello specifico, di essere anzitutto «buoni» con se stessi, prima ancora che con i migranti.

E’ opportuno riflettere, per comprendere la complessità e gravità della sfida che abbiamo di fronte e quindi anche la necessità di una «visione del mondo» condivisa, su ciò che si pone «a monte» e nel contempo su ciò che si pone «a valle» dei flussi migratori in atto.

«A monte», come è noto, ci sono le guerre, i conflitti civili, i regimi politici oppressivi e polizieschi, le crisi economiche sociali e ambientali che sconvolgono la vita di centinaia di milioni di persone in Medio Oriente e nell’Africa settentrionale e sub-sahariana e in sostanza le costringono a tentare di fuggire. Come è noto, ma è sempre utile ricordarlo, alla radice delle tragedie medio-orientali e africane non vi sono solo ragioni autoctone, connesse alle specifiche caratteristiche storiche di queste aree (si pensi ad esempio ai conflitti secolari fra islamici sunniti e sciiti), ma vi sono anche, e in qualche caso soprattutto, le scelte fallimentari dell’Occidente, a partire da quelle americane in Afghanistan e in Iraq dopo l’11 settembre 2001. Due guerre fallimentari dagli esiti ancora oggi disastrosi, a cui l’Europa non ha avuto né la volontà né la forza di opporsi.

«A valle» dei flussi migratori ci sono, come è altrettanto noto, i difficili e spesso drammatici problemi dell’accoglienza e dell’inclusione dei migranti, dei profughi e dei rifugiati che, dopo aver fatto una lunga e spesso tragica strada (il Mediterraneo è sempre più un mare di morti), entrano nei paesi europei in cerca di salvezza. E ci sono, nel contempo, i drammatici problemi del terrorismo transnazionale che colpisce in misura sempre più grave gli abitanti dei paesi europei, alimentandone l’insicurezza e la paura.

Le migrazioni in quanto tali, come è noto, non sono per nulla all’origine del terrorismo ed anzi, come si può facilmente verificare, moltissimi migranti ne sono essi stessi vittime nei loro paesi di origine, e fuggono proprio per questo e da questo. Resta il fatto, tuttavia, che il terrorismo sempre più «molecolare» che colpisce gli europei (europei vecchi e nuovi anche in questo caso, come dimostra la presenza di molti immigrati fra le vittime degli attentati) ha attori quasi sempre nord-africani o medio-orientali, o comunque di queste origini, ha una sorta di «cabina di regia», vera o presunta, in Daesh (Isis o ex Califfato) insediato soprattutto fra Iraq e Siria, e si copre infine con un «ombrello simbolico» che si richiama all’Islam. Dato che almeno le circostanze in sostanza coincidono, ciò fa sì che nell’immaginario di molti europei i due fenomeni dei processi migratori e del terrorismo transnazionale siano percepiti come connessi e in qualche modo causa l’uno dell’altro. Questo immaginario, alimentato e legittimato dai movimenti politici xenofobi e neo-nazionalisti, produce un progetto della medesima natura: poiché senza migrazioni non ci sarebbe terrorismo, dunque chiudiamo le frontiere e rimandiamo a casa migranti e rifugiati, ognuno finalmente «padrone a casa propria». Un progetto per molti suggestivo, ma in realtà pateticamente illusorio, dato l’inestricabile intreccio delle «case» che caratterizza ormai da tempo l’età della globalizzazione.

«A valle» dei processi migratori, c’è poi la crisi oggettiva dell’Unione Europea e dei paesi membri, sia dal punto di vista economico e sociale, a partire dalla crisi finanziaria mondiale esplosa nel 2008, sia dal punto di vista politico-istituzionale con l’affermarsi, a danno di quello comunitario, del metodo intergovernativo che favorisce i paesi più forti dell’Unione come la Germania, che alimenta la frattura fra il Sud e il Nord dell’Europa, e che ha inoltre in qualche caso condotto a ignorare o violare diritti fondamentali sanciti dallo stesso ordinamento comunitario. Questo metodo ha anche prodotto, come risposta alla crisi finanziaria ed economica, le politiche di austerità fallimentari che segnano l’Europa dopo il 2008 e che hanno contribuito in modo decisivo alla caduta del consenso intorno al progetto europeo. Vi è ancora l’assenza, altrettanto oggettiva, di una leadership e di un progetto politico europei in grado di proporre e costruire l’unificazione democratica e federale del continente, oltre i limiti non più sostenibili dell’attuale quadro istituzionale. Paura e risentimento, figli della crisi migratoria, delle minacce del terrorismo e della crisi economica e sociale, segnano di conseguenza in misura crescente il panorama sociale europeo e alla fine, in assenza di una leadership e di un progetto alternativi e credibili, non solo l’Unione ma la stessa democrazia rappresentativa nei paesi europei appare in grave pericolo.

In questo contesto, di fronte a sfide epocali che mettono direttamente in pericolo la vita stessa delle persone (non a caso si parla spesso di crisi «biopolitica»), occorrono, come già si è detto, una visione e un progetto complessivi in grado di offrire un orizzonte condiviso a tutti gli abitanti dell’Europa, vecchi e nuovi. E’ opportuno rilevare che in primo piano c’è il tema della sicurezza. Questo tema non può essere rimosso, e non deve essere lasciato nelle mani fraudolente degli «imprenditori della paura». La sicurezza, intesa in tutte le sue dimensioni come «sicurezza umana» nell’accezione proposta dalle Nazioni Unite, è anzitutto indivisibile. In breve, è del tutto illusorio pensare di poter essere sicuri solo noi, e da soli. Si può essere davvero sicuri solo con gli altri, insieme agli altri. Per fare qualche esempio: come è possibile la sicurezza degli abitanti dell’Europa in assenza di sicurezza per gli abitanti del Medio Oriente o dell’Africa, sull’altra sponda del Mediterraneo? E come è possibile la sicurezza nei quartieri alti delle città europee se non c’è sicurezza (economica, sociale, ambientale, in una parola «umana») anche nelle periferie di queste stesse città? I fattori di insicurezza, oggi più che in passato, si muovono, in qualche modo «camminano», e alla fine giungono anche dove noi non li vorremmo. La «talpa» della globalizzazione tecnologica, in particolare nelle comunicazioni e nei trasporti, scava ed erode il tempo e lo spazio, e tende ad azzerarli. Tempo e spazio erano in sostanza, in età pre-globale, barriere naturali che in qualche misura consentivano la divisione della sicurezza. Si poteva in qualche misura essere sicuri da soli, senza gli altri. Ma oggi, di fatto, queste barriere naturali non ci sono più. La sicurezza o è comune e indivisa o non la può garantire davvero più nessuno, come sanno bene gli Stati Uniti protetti da tempo e spazio ancora nell’epoca delle guerre mondiali e ora invece insicuri e indifesi più o meno come gli altri. E non a caso «imprenditori della paura» come il repubblicano Donald Trump possono porsi con successo alla leadership degli USA.

Se questo è il quadro complessivo delle sfide epocali che l’Europa ha oggi di fronte, va detto che una visione del mondo e un progetto per affrontarle oggi, almeno allo stato embrionale, esistono, non siamo all’anno zero. In concreto questa visione e questo progetto sono rappresentati dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Non un «pezzo di carta», ma un formidabile strumento di progettazione e di azione politica, se davvero lo si volesse riconoscere e utilizzare. Questa Carta, come è noto, nasce dal Consiglio europeo di Nizza del 2000, viene approvata una seconda volta da Consiglio, Parlamento e Commissione in versione adattata a Strasburgo nel 2007 e diventa poi vincolante per i cittadini e per gli Stati, con lo stesso valore giuridico dei Trattati, con il Trattato di Lisbona (art. 6) entrato in vigore il 1° dicembre 2009. Va ricordato, per dovere di precisione e anche per dare a ciascuno il suo, che tuttavia tre paesi se ne sono da subito o quasi subito tratti fuori: Regno Unito (è stata dal Medioevo la patria delle libertà civili, e tradisce così penosamente la sua storia), Polonia e Repubblica ceca. Va ancora ricordato che già negli anni precedenti, fra 2000 e 2009, la Corte di giustizia europea e le magistrature nazionali di fatto applicavano la Carta, come dimostrano centinaia di sentenze emesse in quel periodo.

Come spesso accade, la giurisprudenza anticipava il legislatore.

La Carta, in sostanza, anche se non ne porta il nome, è oggi una sorta di Costituzione dell’Europa, che i cittadini europei non solo hanno il diritto di rivendicare e di far valere in tutte le sedi giurisdizionali, ma che potrebbe e dovrebbe anzi diventare un grande strumento di lotta per la democrazia e per i diritti e, prima ancora, un grande strumento per la comune formazione civile degli europei. Purtroppo, oggi non è per nulla così, e i movimenti politici democratici europei, compresi in qualche misura anche quelli europeisti e federalisti, portano una grande responsabilità per questo stato di cose.

Come si può facilmente intuire e verificare nei fatti, l’Unione ridotta soltanto a mercato e moneta non attrae e non seduce né i vecchi né i nuovi europei, e il progetto unitario europeo rischia quindi, anche per questo, di esaurirsi e infine di morire.

Che cosa c’è, dunque, nei 54 articoli che compongono la Carta dei diritti?

C’è anzitutto un preambolo, che ne configura il senso generale. «I popoli europei nel creare tra loro un’unione sempre più stretta hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà; l’Unione si basa sui principi di democrazia e dello stato di diritto. Essa pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. L’Unione contribuisce al mantenimento e allo sviluppo di questi valori comuni, nel rispetto della diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli europei, dell’identità nazionale degli Stati membri e dell’ordinamento dei loro pubblici poteri a livello nazionale, regionale e locale; essa cerca di promuovere uno sviluppo equilibrato e sostenibile e assicura la libera circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali nonché la libertà di stabilimento...La presente Carta riafferma, nel rispetto delle competenze e dei compiti della Comunità e dell’Unione e del principio di sussidiarietà, i diritti derivanti in particolare dalle tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali comuni agli Stati membri, dal trattato sull’Unione europea e dai trattati comunitari, dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, dalle carte sociali adottate dalla Comunità e dal Consiglio d’Europa, nonché i diritti riconosciuti dalla giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee e da quella della Corte europea dei diritti dell’uomo...».

E’ importante segnalare, fin d’ora, la centralità del concetto di persona, richiamato nel Preambolo. Quasi sempre i diritti di cui si parla nella Carta sono attribuiti alle «persone» e agli «individui», non solo ai «cittadini». E’ evidente il significato e il valore che questa dizione ha per i migranti, e comunque per tutti coloro che sono privi di cittadinanza. E’ anche evidente il grande rilievo che il concetto di persona, di individuo, possiede rispetto alle generalizzazioni improprie, potenzialmente spesso criminogene come dimostra l’esperienza storica, prodotte dalle culture e dai movimenti politici neo-nazionalisti, xenofobi o fondamentalisti (compreso ovviamente il caso del fondamentalismo islamista). E’ illegittima, di conseguenza, qualsiasi attribuzione di responsabilità collettive a interi gruppi umani (ebrei, arabi, musulmani, cristiani, migranti, rifugiati, tedeschi, francesi, italiani o altro che siano), dato che ogni singola persona ha la sua propria responsabilità, i suoi diritti, la sua storia specifica, la sua identità.

Nel testo della Carta, alle persone, a tutte le persone, è riconosciuta la dignità («Dignità», Capo I), il diritto alla vita (quindi nessuno può essere condannato a morte), il diritto all’integrità fisica e psichica (artt. 1-3). Sono proibite la tortura, i trattamenti inumani o degradanti (si pensi, per converso, che nell’ordinamento italiano non esiste tuttora il reato di tortura), la schiavitù e il lavoro forzato (art. 4-5).

Alle persone, ancora («Libertà», Capo II), è riconosciuto il diritto alla libertà e alla sicurezza, al rispetto della vita privata e famigliare, alla protezione dei dati personali, il diritto di sposarsi e avere famiglia, il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e religiosa, il diritto alla libertà di riunione e di associazione, delle arti e della ricerca, il diritto all’istruzione (gratuita per il ciclo dell’obbligo) e alla formazione professionale e continua (quest’ultimo un diritto di straordinarie potenzialità, se venisse fatto valere), il diritto all’iniziativa imprenditoriale e alla proprietà (artt. 6-17).

Vi sono poi importanti norme specifiche relative ai processi migratori e ai migranti. Il diritto di asilo in conformità alla Convenzione di Ginevra (art. 18), il divieto delle espulsioni collettive (art. 19). In specifico: «Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti» (art.19/2).

E’ riconosciuta («Uguaglianza», Capo III) l’uguaglianza di tutte le persone (persone, non solo cittadini) davanti alla legge ed è affermato il principio di non discriminazione (artt. 20-21). «E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali. Nell’ambito d’applicazione del trattato che istituisce la Comunità europea e del trattato sull’Unione europea è vietata qualsiasi discriminazione fondata sulla cittadinanza, fatte salve le disposizioni particolari contenute nei trattati stessi».

E’ riconosciuto il diritto alla diversità: «L’Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica» (art. 22). Vale la pena ricordare a questo proposito che il motto dell’Unione (uno dei suoi tre simboli identitari insieme alla bandiera e all’Inno alla gioia di Beethoven) è «Uniti nella diversità».

Sono ancora affermati il principio della parità fra uomini e donne «in tutti i campi», i diritti del bambino, i diritti degli anziani e i diritti dei disabili (artt. 23-26).

Nel successivo Capo IV sulla «Solidarietà» (art. 27-38) sono riconosciuti i diritti dei lavoratori, sempre in quanto persone, dal diritto all’informazione e consultazione, a quello alla negoziazione e azione collettiva (compreso ovviamente lo sciopero) all’accesso a i servizi di collocamento alla tutela in caso di licenziamento ingiustificato. Ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro eque e giuste, è vietato il lavoro minorile, è vietato il licenziamento in caso di maternità. Tutte le persone hanno diritto alla sicurezza sociale e all’assistenza, in qualsiasi paese europeo si trovino. Particolarmente importante è il riconoscimento del diritto ad una «esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongono di risorse sufficienti», in quanto può anche legittimare l’erogazione con risorse pubbliche di forme di reddito minimo garantito. Sono infine previste come diritti la tutela dell’ambiente e la protezione dei consumatori.

Segue il Capo V dedicato alla «Cittadinanza», che attribuisce specifici diritti legati al possesso della cittadinanza europea: diritto di voto ed eleggibilità al Parlamento europeo e alle lezioni comunali, diritto ad una buona amministrazione e all’accesso ai documenti, diritto di rivolgersi al mediatore europeo, diritto di petizione, libertà di circolazione e soggiorno, tutela diplomatica e consolare (artt. 39-46). Infine, nell’ultimo Capo VI è affrontato il tema «Giustizia»: a tutti gli individui, non solo ai cittadini, sono garantiti il diritto al ricorso in sede giurisdizionale, la presunzione di innocenza, la proporzionalità dei reati e delle pene, il diritto di non essere giudicato o punito due volte per lo stesso reato (artt. 47-50).

La Carta dei diritti, per concludere, può essere la base condivisa di un progetto comune di vita e di società per tutti gli abitanti dell’Europa, vecchi e nuovi. Può e deve diventare la fonte di un nuovo immaginario comune, in grado di dare vita ad una nuova e più attraente narrazione sull’Europa e il suo futuro. Chi siamo noi europei, vecchi e nuovi? Siamo ciò che la Carta dei diritti ci fa essere, persone, oltre e prima ancora che cittadini, legate insieme da valori condivisi e da diritti, quindi, inevitabilmente, anche da doveri di reciproco riconoscimento e di solidarietà. Ma chi può oggi davvero dire questo, proporre questa narrazione, quando l’’Europa in cui viviamo è sempre più insicura e inquieta, minacciata pervasivamente dal terrorismo «molecolare», percorsa dagli esiti di una crisi economica e sociale che sembra non voler finire e che alimenta tentazioni autoritarie e xenofobe, sfidata da grandi flussi migratori, circondata ai suoi confini da aree di instabilità e di conflitto per le quali non si vedono allo stato dei fatti soluzioni? Ma proprio l’inedita drammaticità di questo contesto rende la Carta una possibile risposta alle sfide, innovativa e coinvolgente quanto le circostanze oggi richiedono. «Buonismo» direbbero alcuni, senza però sapere veramente ciò che dicono, o forse sapendolo e ritenendo tuttavia conveniente politicamente dirlo.

Quale visione della vita e quale tipo di società fondamentalisti e terroristi di ogni forma e colore, anzitutto islamisti e jihadisti, sognano, propongono, cercano di costruire anche a costo della loro stessa vita? Una visione fondata sull’odio nichilistico per la vita, propria oltre che degli altri, sul rifiuto della diversità e delle libertà personali, sulla discriminazione (etnica, religiosa, culturale, sessuale), sulla sottomissione e lo sfruttamento di almeno la metà dell’umanità (le donne), su una visione catastrofica del mondo e della società fondata sulla paura e sul risentimento. Quale nemico peggiore dunque, per fondamentalisti e terroristi, di un documento come la Carta dei diritti, fondata sull’affermazione della vita, sui diritti delle persone, sulla parità fra uomini e donne «in tutti i campi», sul divieto di discriminazione, sul rispetto della diversità, sul diritto alla libertà di pensiero, alla libertà religiosa, alla libertà dell’arte e della ricerca?

A tutti i migranti, a tutti i musulmani, vittime anch’essi in Europa e soprattutto nei loro paesi di origine del fondamentalismo e del terrorismo, una grande maggioranza sull’universo totale, la Carta può e deve essere proposta come un solenne «patto» su cui fondare, in condizioni di reciprocità, la comune convivenza. La Carta in particolare può diventare, come già si è detto, la base di un percorso di formazione civile condiviso per tutti gli europei, vecchi e nuovi, nelle scuole, nelle università, nei centri educativi e di cultura. La Carta e le diverse Costituzioni nazionali, se e in quanto coerenti con essa: questo è il progetto per il futuro che può rendere di nuovo seducente l’idea dell’unità dell’Europa. Un modello di democrazia plurale e inclusiva, una visione del mondo liberata dalla paura e dal risentimento, un progetto per la sicurezza indivisibile e comune degli europei e nello stesso tempo anche dei migranti.

Testo aggiornato tratto da “EUROPA, MIGRANTI, FRONTIERE. Diritti fondamentali e accoglienza dei profughi nell’Unione europea” pubblicato dal Consiglio Regionale del Piemonte.

Fonte immagine: Mauro Biani, 2016 (Il Manifesto).

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