Fiume controcorrente. La lezione dell’Unione Africana

, di Davide Emanuele Iannace

Fiume controcorrente. La lezione dell'Unione Africana

L’Unione Europea, nelle sue forme iniziali, è nata come un esperimento unico nel suo genere. Non è rimasto tale, come unicità, per molto tempo. A “stretto giro”, nel 1958, prima dell’ufficializzazione nel 1963, sono state poste le basi per un’altra unione altrettanto sperimentale, altrettanto ambiziosa nei motivi di nascita: l’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA). Nel 2002, questa Organizzazione si è trasformata in quella che oggi conosciamo come Unione Africana (UA).

Non vogliamo seguire la storia di tutta l’Unione, ma concentrarci su un ultimo tassello che è stato aggiunto al complesso mosaico della U.A., ovvero l’“African Continental Free Trade Area” (ACFTA), la più grande area di libero scambio creata dopo la formazione della “World Trade Organization” . Un’occasione, come molti stanno scrivendo dall’annuncio della firma del documento costitutivo della Zona di Libero Scambio, perché l’Africa riesca finalmente a non essere solo un mosaico di nazioni, legate e slegate da differenze di tipo etnico, linguistico e religioso, che tratta in via individuale di volta in volta con potenze, quali Cina, USA e Russia, ma anche Francia e perfino Italia, alla ricerca spasmodica di quelle risorse essenziali per il funzionamento e la produzione delle nuove tecnologie. Nonostante sia nata, come idea, fin dagli inizi dell’UA e nel 2018 siano iniziate le fasi di lavoro più sostanziali, è solo nel luglio 2019 che il trattato è entrato nella sua fase operativa.

Ha un che di simbolico che un continente, lacerato nel corso del XX secolo da guerre e scontri, sfociati in alcuni casi in veri e propri genocidi (il ricordo di quello del Ruanda è ancora fresco nella memoria mondiale), nella caduta di stati nell’anarchia istituzionale (la Somalia ne resta l’esempio più fulgido) e nelle lotte finanziate da compagnie straniere per l’ottenimento di risorse come i diamanti (come in Sierra Leone), stia intraprendendo una nuova via che assume la forma di collaborazione e cooperazione tra nazioni che hanno profonde e radicate differenze le une dalle altre. Basti pensare a nazioni come il Marocco e l’Algeria confrontate con il Congo, la Nigeria o lo stesso Sud Africa, ancora dal Sudan o dal Ruanda stesso. Simbolico perché agli albori del nuovo secolo, quello che sta osservando un rinascere di nazionalismi e populismi, l’Africa sembra andare contro-tendenza, cercando nell’unità una speranza di progresso ma soprattutto anche indipendenza dalle interferenze straniere che sempre di più si fanno strada nel continente nero.

Non è un caso che la Cina, potenza mondiale in espansione, abbia investito miliardi e miliardi di dollari in progetti infrastrutturali ed economici in diverse nazioni del continente, per ingraziarsi le élite socioeconomiche locali e garantire un buon funzionamento dell’economia, in virtù dello sfruttamento delle risorse minerarie, di cui l’Africa è tutt’ora ricchissima. Risorse centrali in quello che sarà il futuro della tecnologia, compresa la cosiddetta “tecnologia green”. Le famose terre rare, una delle risposte di Pechino al ban dichiarato di Huawei da parte di Trump pochi mesi fa, sono presenti in larghe quantità anche in Africa, citando un esempio tra i tanti.

Un continente ricco, quindi, almeno in potenza. Il grande problema dell’Africa del secolo scorso è stata la grande divisione, storicamente motivata dagli interventi di forze straniere ad impronta colonialista e dalla presenza di un crogiolo immenso di differenze sociali e culturali, spesso tendenti al conflitto. L’UA, e prima l’OUA, è nata come tentativo di rispondere a queste differenze, come le carte della sua fondazione testimoniano, cercando di trovare una via nuova per affrontare le sfide che quelle nazioni, alcune molto giovani, andavano a prepararsi ad affrontare fin dal Secondo Dopoguerra. Un modo per appianare in una sede diversa dal campo di battaglia storiche divergenze.

Sarebbe interessante ricostruire tutta la storia dell’UA, comprese le sue difficoltà, i suoi limiti e i suoi problemi strutturali. Non vogliamo però dilungarci oltre, quanto piuttosto aprire uno spunto di riflessione basato sul fatto che la recente mossa dell’Unione si basa sul desiderio di dare a un continente, dopo secoli di conflitti, la pace (l’istituzionalizzazione del conflitto su modello Ue). Questo nuovo trattato nasce con l’idea, discutibile o meno che sia, che l’apertura delle barriere doganali interne e la collaborazione tra le nazioni del continente africano possano gettare una solida base alla crescita economica locale, incentivando però i traffici tra i vicini, specie in presenza di attività economiche quali la pastorizia e il commercio locale che spesso vivono sulle linee di confine, quelle definite da antichi e vecchi accordi tra potenze straniere.

Il tentativo, come si può leggere anche dai diversi rapporti presentati dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), sembra muoversi per garantire non solo un incremento del commercio interno, ma anche migliorare la posizione delle nazioni africane nel trattare con le mega-corporazioni straniere e le grandi potenze in cerca di nuova linfa vitale per i propri sistemi tecno-industriali. Non meno rilevante, viene messo in luce dal FMI che le politiche promosse dall’accordo potrebbero essere uno dei migliori boost interni al continente per migliorare i sistemi di welfare locale, spesso sofferenti a causa di disequilibri nella distribuzione della ricchezza e a processi endemici di corruzione. La presenza di nuovi organi di controllo potrebbero contribuire ad una miglior distribuzione delle risorse e ottimizzare le forme di produzione a vantaggio della popolazione dei paesi africani.

È ovviamente fin troppo presto per poter dire con certezza quali saranno le conseguenze di questo accordo. Sarà solo una via migliore di ingresso per alcune potenze con già un piede in Africa, a cui si aprirà tutto il continente con un magico schiocco di dita? È l’occasione per le potenze locali come la Nigeria o il Sud Africa per poter imporre definitivamente un locale dominio? Le conseguenze economiche saranno solo appannaggio delle élite?

L’Africa, rispetto all’Europa, è un continente decisamente più complesso, un mosaico ancora più frastagliato di differenze che, nonostante abbiano diviso, sembrano adesso convergere verso un singolo punto di arrivo. Almeno, le intenzioni sembrano muoversi verso questa unità. Quantomeno, si deve ammettere, è un tentativo di collaborare nell’idea che uniti si può fare di più di quel che invece si fa disuniti. Purtroppo, le fondamenta non sono ancora stabili. Il continente rimane lacerato da conflitti, diatribe e la cronica mancanza di strutture politiche e comunitarie democratiche consolidate (basti pensare al fatto che Al-Sisi diverrà il prossimo presidente dell’Unione, causa il meccanismo di scelta basato su un turnover regionale).

Nonostante ciò, è una lezione importante per tutta quella serie di movimenti, sovranisti e nazionalisti, che borbottano indicando gli altri, muovendo accuse e lamentandosi di non poter essere grandi, perché costretti da catene esterne. Una lezione anche per l’Unione Europea, allo stesso tempo, che può inspirarsi allo spirito dell’UA per ritrovare il suo originale intento unificatore non però solo formale, non limitato al rispetto di trattati e regole calate dall’alto, ma da un originale desiderio di essere comunità. Rispetto l’UA, l’Europa parte oramai avvantaggiata. Nonostante la presenza di istituzioni oramai statiche possa essere interpretato come un peso, dona una base di lancio per dei sinceri tentativi di avanzamento istituzionale, in un’ottica di maggior federalismo.

La recente proposta di un esercito europeo, ad esempio, potrebbe prendere ispirazione dalla “African Standby Force”, i corpi di intervento di pace creati nel 2010 dall’UA. Le nazioni europee potrebbero, piuttosto che intervenendo ognuna separata nelle missioni di pace ed estere ad egida ONU o UE, creare delle task force destinate a tale scopo, ognuna pronta ad operare interforze, con componente militare e civile, per sostituire i singoli interventi.

Un passo in avanti, un primo di molti altri. L’UA ha certamente un percorso molto diverso da compiere. Le basi storiche, economiche, sociali e culturali sono radicalmente differenti da quelle del Vecchio Mondo. Nonostante ciò, è un percorso in parallelo in cui l’Unione Europea, da simbolo e prototipo ideale, può scendere dal piedistallo e apprendere un modo di approcciarsi al nuovo millennio in maniera unita, organizzata, tesa a rafforzarsi e trasformarsi nella futura Federazione piuttosto che decidendo di tagliarsi mani e piedi in preda agli spasmi, spesso ipocriti e dannosi, dei movimenti nazionalisti basati su terrore e paura atavica per l’ignoto.

Fonte immagine: Euroconsulting.

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