FORTEZZA O AGORÀ

Per secoli, la storia europea è stata accompagnata da una domanda ricorrente: “possiamo sognare un’Europa più unita?”

, di IL BURATTINO

FORTEZZA O AGORÀ
Foto da Pixabay

Sono stati, quelli, secoli di guerre, di ostilità e di frammentazioni, di temporanee unificazioni sotto l’egida di potenze imperiali. Una domanda simile poteva essere sì posta, ma possiamo immaginare che venisse appena sussurrata, o che, nelle rare occasioni in cui poteva essere richiesta a gran voce, apparisse come un sogno remoto e inavvicinabile.

Rispetto a quel mondo, invecchiato da appena ottant’anni, nel nostro tempo la prospettiva di un’unità europea è uscita dal piano dell’immaginazione ed è entrata in quello della storia. L’Unione europea esiste e le conseguenze di questa esistenza possono essere toccate con mano nella vita di tutti i giorni. L’idea di un’Europa unita è anche decisamente più popolare rispetto a qualche anno fa: se ne parla nei discorsi quotidiani, entra nelle chiacchiere da bar, nella visione delle persone comuni, anche non politicamente attive. L’Europa è più presente sui giornali, nei programmi televisivi, nel dibattito politico; è facile, quasi scontato, proclamarsi europeisti.

Alla domanda se sia possibile immaginare un’Europa più unita è bene, dunque, affiancarne un’altra, altrettanto urgente e decisiva: come immaginiamo l’Europa unita?

Una strada possibile, già percorsa e perciò semplice da percorrere è quella figlia della prospettiva nazionalista e imperialista. Passerebbe attraverso la costruzione di un nuovo nazionalismo, quello europeo; di una nuova “comunità immaginata” che condivida (o che immagini di condividere) storia, tradizioni, religione; e poi attraverso la costruzione di muri, la chiusura dei porti e dei confini. Un’Europa-fortezza da propagandare facendo leva sulle insicurezze e sulle paure dei cittadini, orfani di un ordine mondiale prossimo al crollo; un’Europa fortezza dove sentirsi al sicuro dalle presunte minacce esterne, come l’ostilità delle superpotenze mondiali e le crisi migratorie, aggravate dalle guerre e dal cambiamento climatico, e da quelle interne, identificabili in tutti coloro che sono diversi, per colore della pelle, per appartenenza alla comunità LGBTQ+, per opinione.

Tuttavia, ci renderemmo conto, ben presto, che nessuna fortezza ha mura tanto alte da proteggerci dai fenomeni che mettono a rischio l’intera umanità; e che quella poca, temporanea sicurezza in più avrebbe un prezzo: quello dei nostri diritti e delle nostre libertà. Un nazionalismo europeo non farebbe altro, infatti, che replicare su scala più ampia ciò che i nazionalismi fanno adesso su scala ridotta: la subordinazione del cittadino agli interessi dello Stato, la costruzione di un’identità esclusiva che perde ogni afflato cosmopolita dell’essere europei, la rinuncia a offrire al mondo un modello diverso rispetto a quello competitivo che da secoli domina le relazioni internazionali.

Un’altra strada possibile, forse più difficile da percorrere ma decisamente più auspicabile è quella di costruire un’Europa che non sia un impero, ma un’alternativa agli imperi. Si tratterebbe di sostituire al nazionalismo a cui siamo stati educati un’altra forma di appartenenza: il patriottismo costituzionale di Habermas, che costruisce comunità non attorno alla presunzione di un passato o di una cultura condivisi, ma attorno a dei principi universali; attorno, cioè, al riconoscimento al presente della pari dignità di tutti gli uomini, e al desiderio di costruire un futuro comune. Non una fortezza ma un’Europa-agorà, per sua natura aperta al diverso; se non priva di confini, dotata almeno di confini permeabili, mobili, capaci di allargarsi, accogliere, ridefinirsi.

In quanto federalisti, non desideriamo un’Europa-fortezza. Non saremmo più liberi in essa; nessuno dei valori del federalismo potrebbe concretizzarsi. Non basta, infatti, parlare di Europa unita per parlare anche di federalismo.

La strada da percorrere è difficile? È possibile che lo sia. Lo è, perché comporta la costruzione di una narrazione nuova, diversa da quella a cui siamo abituati; diversa dal nazionalismo che permea, spesso non visto, ogni aspetto della nostra cultura e della nostra educazione, in casa, a scuola, in tutte le occasioni sociali. Gli uomini, però, non sono nazionalisti per natura, ma perché sono stati educati ad esserlo; e sarebbe quantomeno un’occasione sprecata se decidessimo di dare per assodato questo fatto e limitarci a propagandare un’Europa “utile”, un’Europa “più sicura”, perfino un nuovo nazionalismo europeo. Gli esseri umani saranno utilitaristi se continueranno ad essere trattati come tali.

Dobbiamo, quindi, rinunciare all’idea di unire l’Europa? No, al contrario: dobbiamo, da un lato, stare attenti a ciò che desideriamo (perché potremmo ottenerlo); e, proprio per questo, spingerci oltre, non accontentarci della strada più semplice, ma osare davvero nei nostri desideri. Non parlare, cioè, alla rabbia e alla paura, ma alla speranza e al sogno. Noi che abbiamo avuto il privilegio di vivere un’Europa diversa da tutti i volti che essa ha assunto in passato (con tutti i suoi difetti, un’Europa di pace e di diritti) dobbiamo avere il coraggio di restituire quel privilegio, di continuare a raccontare questa storia, di spingerla ancora più in alto. Immaginare e lavorare noi stessi per un’Europa federale non solo sul piano delle istituzioni, ma anche e soprattutto dei valori; e dare fiducia alla capacità delle persone di sognare con noi.

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