Ideologia e Terrorismo

Un’alternativa al pensiero mainstream

, di Diletta Alese

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Ideologia e Terrorismo

In seguito all’ultimo attentato di Istanbul è doveroso soffermarsi ancora una volta a riflettere sul fenomeno del terrorismo di matrice islamista, cercando delle interpretazioni alternative rispetto le equazioni spesso date per scontato nella narrativa mediatica e, a volte, accademica.

La prima equazione coinvolge il fenomeno migratorio tout court associandolo alla questione securitaria e stigmatizzandolo come problematica criminologica piuttosto che come fenomeno strutturale, sociale, globale di un mondo sempre più interconnesso.

Non mi soffermerò su questo errore metodologico grossolano. Basti pensare che alle migrazioni l’Europa intergovernativa ha risposto soprattutto con agenzie tecniche, securizzando i confini senza dare alcuna risposta politica di respiro transnazionale ad un fenomeno connaturato al nostro mondo globalizzato.

La seconda equazione riguarda invece il collegamento tra la deprivazione materiale, l’esclusione sociale o addirittura casi di disabilità mentale dei ragazzi e delle ragazze di seconda e terza generazione e la loro conseguente debolezza alla percezione del messaggio jihadista e la (presunta) aumentata probabilità di affiliazione all’ISIS.

L’equazione non solo è imprecisa, ma diventa un efficace capro espiatorio per l’Europa tutta, nascondendo un problema ben diverso. La disuguaglianza, l’esclusione sociale, la discriminazione per genere, appartenenza etnica, nazionale o per orientamento sessuale, l’isolamento e la ghettizzazione, sono piaghe profonde del nostro tempo, ferite aperte che stanno scavando nuovi confini all’interno del suolo europeo, già segnato dai messaggi feroci dell’internazionale nazionalista. Il primo principio è dunque semplice: l’Europa dovrebbe occuparsi di queste ferite prima che il sanguinamento sia troppo copioso e non ci sia modo di porvi rimedio, in anticipo su un futuro distopico, orwelliano, in cui vivrà una società sempre più divisa e infelice.

Perché allora l’equazione per cui la deprivazione materiale è la causa principale di affiliazione a organizzazione terroristiche dovrebbe essere errata? Perché in questo modo non viene affatto considerato l’aspetto politico e ideologico, la dedizione ad un apparato di idee che effettivamente attecchisce anche negli animi di alcuni che sono nati e cresciuti in Europa. La mancanza di possibilità lavorative, l’esclusione sociale possono sicuramente rappresentare un fattore, uno dei tanti, ma non il principale.

Orsini ne discorreva nel 2012 in Poverty, Ideology and Terrorism: The STAM Bond, descrivendo l’importanza dell’ideologia nelle Brigate Rosse, riprendendo il concetto di Boudon di “razionalità situata”. Sebbene oggi si parli di un’organizzazione decisamente diversa, l’importanza dell’ideologia nei processi di affiliazione al terrorismo può ancora rappresentare un’essenziale chiave analitica della realtà.

Cosa possiamo fare? Combattere l’evidente e assordante assenza di una narrazione alternativa egualitaria, democratica, sociale europea, in opposizione a quella attualmente prevalente dei nazionalismi spesso xenofobi.

La costruzione di questo ideale, non è altri che la struttura teorica su cui si dovrebbe articolare un progetto politico concreto, costituito da pratiche inclusive, attente alle disuguaglianze e alle discriminazioni. L’esclusione sociale dovrebbe essere dunque oggetto di politiche e non mero strumento analitico usato in funzione causale.

Come realizzare tutto questo? Superando il sistema degli interessi nazionali, strozzati dalle scadenze di breve periodo elettorali, che non riescono e non possono rispondere alle domande del nostro presente globalizzato. L’unica alternativa possibile è l’impegno per un’Europa profondamente diversa, democratica, che sia espressione dei suoi valori tante volte decantati e troppo spesso ignorati. Una narrazione nuova dovrebbe incalzare il popolo europeo a farsi società civile europea, occupando quello spazio politico che da troppo è rimasto confinato nella lotta tra gli interessi dei governi.

Questa nuova Europa potrebbe garantire anche ai milioni di cittadini musulmani (e non solo) uno spazio pubblico da cui sono stati per lungo tempo esclusi, dove esprimersi finalmente insieme al resto del popolo europeo, per decidere insieme le sorti del proprio destino comune.

Si costituirebbe così un’ideologia davvero antagonista, eurocritica a suo modo, per la costruzione di un’Europa che smaterializzi i propri confini, che sia in grado di proporre un’identità multipla, porosa e multilivello e parli a nome del suo popolo, il popolo europeo.

Per farvi un esempio, vorrei citare L’Europa è un’avventura (Europe, an unfinished adventure) di Bauman che ricorda le parole di un noto poeta dell’avanguardia letteraria polacca: «Un giorno Wat si mise a rovistare fra i tesori e i rifiuti della sua memoria per svelare il mistero del ‘tipico europeo’, e alla domanda su quali fossero i suoi tratti caratteristici rispose così: «Delicato, sensibile, istruito, non viene meno alla parola data, non ruba l’ultimo tozzo di pane agli affamati e non denuncia i suoi compagni di cella al secondino...». Poi, dopo un istante di riflessione, aggiunse: «Uno così l’ho incontrato. Era armeno».» [1]

In sostanza, l’obiettivo dovrebbe essere un’Europa finalmente federale che sappia declinare la sfida di un’identità inclusiva e mai più escludente.

Il 25 Marzo scenderò in piazza per chiedere tutto questo. E tu?

Fonte immagine Flickr

Note

[1(Wat) scanned the treasure boxes and rubbish bins of his memory to crack the mystery of the ’European character’. What would a ’typical European’ be like? And he answered: ’Delicate, sensitive, educated, one who won’t break his word, won’t steal the last piece of bread from the hungry and won’t report on his inmates to the prison guard…’ and then added, on reflection, ’I met one such man. He was an Armenian.’

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