Celebriamo la festa cristiana. Ma in quale giorno?
Considerando che quasi tutta la popolazione armena si professa cristiana, il problema che si pone non è tanto sapere se in Armenia il Natale viene festeggiato quanto piuttosto capire come e secondo quale tradizione. Il 6 gennaio la chiesa dei primi secoli celebrava contemporaneamente la Natività, il primo miracolo di Gesù durante le Nozze di Cana - ossia, le nozze bibliche descritte nel Vangelo di Giovanni, durante le quali Gesù trasformò l’acqua in vino - e il battesimo di Gesù.
Però, Papa Liberio (IV secolo d.c.) decise di separare le tre festività e cristianizzare la festa pagana del solstizio d’inverno, che allora la si faceva erroneamente cadere la notte del 24 dicembre. Quindi, tecnicamente, gli ortodossi e i cattolici celebrano il Natale lo stesso giorno, il 25 dicembre, ma i calendari dicono altro. Gli ortodossi seguono il calendario giuliano - ovvero, il calendario introdotto da Giulio Cesare e basato sull’anno di 365 giorni con un anno bisestile ogni 4 anni - con 13 giorni di ritardo rispetto al calendario gregoriano dei cattolici, quindi facendo agli ortodossi festeggiare il Natale il 7 gennaio del calendario gregoriano. La stragrande maggioranza degli armeni sono apostolici, ortodossi, ma non hanno separato la Natività dall’Epifania. Anzi, continuano a celebrare insieme i due eventi il giorno della Teofania, ossia il 6 gennaio del calendario gregoriano, tranne gli armeni di Gerusalemme, che non hanno adottato il calendario gregoriano, bensì celebrano la Teofania il 6 gennaio del calendario giuliano, che corrisponde al 19 gennaio del calendario gregoriano.
In breve, quando si parla di Natale armeno, ci si riferisce generalmente alla Teofania del 6 gennaio del calendario gregoriano.
Gli armeni sono tutti ortodossi?
In Armenia, la Chiesa cattolica di rito latino convive insieme a quella di rito armeno, celebrando il Natale lo stesso giorno di due calendari diversi. Il rito latino è apparso alla fine del XX secolo nella indipendente Repubblica di Armenia per influenza dei missionari europei. Anche Madre Teresa di Calcutta è stata tra le prime persone a voler portare aiuti in seguito al terribile terremoto di Spitak del 1988. Tra l’altro, avrebbe anche rivelato al Supremo Catholicos Vazgen I - il più importante patriarca religioso del Paese - che suo padre era armeno. Quindi, secondo il rito latino, il Natale si festeggia il 25 dicembre.
Dall’altra parte, la Chiesa cattolica di rito armeno è comunque una chiesa sviluppatasi all’interno del Paese e fondata nel XVIII secolo. Gli armeni cattolici rappresentano solamente lo 0,46% in Armenia e osservano festività che cadono gli stessi giorni di quelle degli ortodossi, celebrando la messa di Natale in lingua armena la sera del 5 e la mattina del 6 gennaio. In sostanza, tra i due riti non c’è molta differenza.
Certamente, durante la diaspora armena, alcuni di loro hanno cambiato sia rito che chiesa, non essendo riusciti a trovare delle chiese apostoliche armene nei nuovi paesi, a cui il rito si è probabilmente adattato. Un esempio si trova in Brasile, dove una comunità cattolico-armena festeggia il Natale in armeno il 25 dicembre.
Due vigilie, due messe, due cene
L’attuale Armenia si trova nella parte orientale del territorio - quello che si trovava sotto il giogo russo prima e dell’URSS dopo -, prima di diventare una repubblica indipendente dopo il 1990. L’influenza sovietica ha fatto sì che il Natale in Armenia sia celebrato in due momenti diversi. I regali vengono messi sotto l’albero, o dentro le calze, il 31 dicembre e si va alla messa il 5 o il 6 gennaio. Tra l’altro, vedendo le festività religiose di cattivo occhio, l’URSS tendeva a dare maggiore importanza al cenone di Capodanno, che è quindi diventato e rimasto una festa di famiglia per gli armeni.
Il 5 gennaio, i supermercati sono affollati. Le famiglie devono organizzarsi in anticipo per preparare la tavolata: coscia di suino, khorovats (carne alla griglia), dolmas (involtini) e sarmas (foglie di vite o di cavolo ripiene). Le ricette cambiano secondo le influenze ricevute dalle tradizioni: cucina levantina (kufta, houmous, moutabal, muhammara ecc.) per gli armeni siriani e libanesi; insalata russa, blinchiki ed éclair per l’Armenia post-URSS e piatti locali per gli armeni della diaspora.
Gli invitati sono numerosi. Se a Erevan la tradizione è quella di autoinvitarsi dai vicini, al di fuori della capitale i vicini, la famiglia e gli amici vanno a casa di chi frequentano di più dal 31 dicembre fino al 5 gennaio, il giorno di Natale. La vigilia del 5 gennaio è però condivisa solamente con i membri più stretti della famiglia.
La cena religiosa della sera del 5 gennaio è chiamata Tchragalouyts, che vuol dire “accendere un lume”, poiché durante la liturgia, i fedeli accendono le loro candele e quelle di chi siede loro vicino, illuminando così l’interno della chiesa. Alla fine della messa dedicata alla Natività, molte persone prendono un cero e lo accendono appoggiandolo a quelli sull’altare. Dopodiché, i fedeli li portano con sé, restando accesi ancora per qualche ora, come simbolo di benedizione della luce di Dio della propria casa. Il 5 gennaio è giorno di digiuno, che finisce dopo l’ora di cena, e prevede una tradizione culinaria dagli ingredienti omogenei: riso cotto alla frutta secca (tchamitchov plav), pesce e vino rosso. La mattina successiva, si tiene la messa che celebra il battesimo di Gesù, al termine della quale alcuni raccolgono un po’ di acqua benedetta da portare nelle proprie case.
Nessun cenone senza tante tradizioni
Come l’usanza francese della fava nella Torta dei re - ossia, una torta all’interno della quale viene messa una piccola statuina, o più semplicemente un confetto o una mandorla, e la persona che ottiene il pezzo di torta che li contiene, ha diritto per quel giorno a vari privilegi e doveri -, una fava, chiamata Bakhti Kopek, ossia la fava della fortuna, viene nascosta nei piatti armeni augurando che porti fortuna e successo alla persona che la trova durante il cenone di Capodanno. Secondo la tradizione, infatti, la fava viene nascosta nella gata, torta tipica armena, che in questo caso viene chiamata Tarehats, parola formata da tari, anno, e hats, pane. La gata ha forma rotonda, segnata da una croce e caratterizzata da dodici palline di pasta che simboleggiano i 12 mesi dell’anno. È possibile nascondere una fava anche nei ishli qyufta, frittelle bombate ripiene di carne.
Il modo in cui si vive il cenone di Capodanno è molto importante per la cultura armena, tanto che un proverbio armeno dice: “Il nuovo anno sarà allo stesso modo di come si è trascorso il cenone”. Durante i festeggiamenti, alcune famiglie aprono le finestre per lasciare andare il vecchio anno e accogliere quello nuovo. E, dopo ogni festa cristiana, è tradizione nella Repubblica di Armenia andare al cimitero per ricordare i morti.
Una tradizione millenaria dell’Armenia è quella degli “alberi della vita”, che si vedono apparire in occasione di ogni festività, specialmente per Capodanno. L’albero rappresenta la continuità della vita: le radici simboleggiano gli antenati, il tronco è il momento presente e i rami sono la fertilità. Esiste ancora l’usanza di portare un ramoscello o un piccolo albero in casa e di decorarli con fili colorati, frutta secca, noci e fasci di grano per sperare in una raccolta abbondante e augurarsi una famiglia prospera in vista del nuovo anno. Tradizioni come queste fanno eco in quelle contemporanee, grazie alle nuove generazioni, che sanno riconnettersi con la propria cultura e condividerla, come la celebrazione della Teofania tramite balli tradizionali armeni organizzati ogni anno nelle città del Paese.

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