Il Franco CFA, cos’è e perché ha fatto tanto discutere

, di Mario Dianda

Il Franco CFA, cos'è e perché ha fatto tanto discutere

In vista delle elezioni europee, il governo giallo-verde ha individuato in Emmanuel Macron il principale avversario politico della campagna elettorale. Gli attacchi alla Francia si sono moltiplicati e hanno riguardato molteplici fronti. È ritornata in auge la richiesta di trasformare il seggio permanente della Francia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in un seggio spettante a un rappresentante dell’intera Unione Europea e la questione migratoria, sempre in cima all’agenda delle discussioni tra i governi europei, è stata arricchita di un ulteriore particolare. Secondo alcuni membri del Governo italiano, infatti, una delle cause dell’enorme movimento migratorio dall’Africa verso l’Europa sarebbe proprio il perenne sottosviluppo di alcuni paesi, situati soprattutto nella zona centrale e occidentale dell’Africa. Paesi che adottano come moneta il Franco CFA, controllato dalla Banca Centrale francese e quindi che sono per questo assoggettati a una sorta di giogo monetario di Parigi.

In realtà, anche in precedenza i rapporti tra il Governo italiano e quello francese non erano proprio idilliaci: l’episodio dello sconfinamento delle forze di polizia francesi a Bardonecchia per effettuare controlli su alcuni immigrati irregolari presenti in territorio italiano, i continui respingimenti di immigrati clandestini (anche minorenni) al confine di Ventimiglia e l’intervento del Governo francese per impedire l’acquisto dei cantieri navali Stx da parte dell’azienda italiana Fincantieri avevano complicato i rapporti anche con l’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni. La situazione è ulteriormente peggiorata con l’insediamento alla Presidenza del Consiglio di Giuseppe Conte, sostenuto da una maggioranza parlamentare formata da Movimento 5 Stelle e Lega. A maggio, alla vigilia del varo del Governo giallo-verde, nel corso di una dichiarazione alla stampa, il Presidente francese Emmanuel Macron aveva definito “paradossali” le forze politiche che si apprestavano a formare il nuovo Governo. Infine, l’ultimo tassello di questo puzzle di scaramucce diplomatiche era stato aggiunto dal Ministro dello Sviluppo Economico e Vice-Presidente del Consiglio Di Maio, che aveva dato pieno sostegno alle proteste dei gilet gialli che hanno messo a ferro e fuoco la Francia e si era offerto come alleato ed interlocutore esterno di tale movimento.

Adesso che tale scontro diplomatico è arrivato a toccare anche un aspetto lontano e sconosciuto ai più, come la moneta adottata da alcuni paesi africani, si rende necessario, però, approfondire meglio quest’ultimo aspetto, al fine di avere una piena cognizione dei temi trattati dal dibattito politico. Il Franco CFA è una moneta istituita nel 1945, che ha una storia particolare, a partire dal significato stesso di quell’acronimo. Infatti, in origine CFA era l’accostamento delle iniziali di “Colonie Francesi d’Africa” e identificava appunto la moneta, diversa da quella della madrepatria, ma sempre assoggettata al controllo della Banca Centrale di Parigi, adottata nelle colonie africane dell’impero francese, che si affiancava anche al Franco CFP, la moneta analoga utilizzata nelle Colonie Francesi del Pacifico. Tutte queste monete aderivano agli accordi di Bretton Woods, ratificati dalla Francia il 26 dicembre 1945. Successivamente, con la disgregazione degli imperi coloniali europei e la progressiva conquista dell’indipendenza da parte di tutti i paesi africani che ne facevano parte, l’acronimo CFA è passato a significare prima Comunità Francese d’Africa e infine Comunità Finanziaria Africana.

Al giorno d’oggi, si hanno due diversi franchi CFA, associati a due diverse aree del continente africano, costituite in totale da 14 paesi, nei quali sono adottati come moneta ufficiale. Si tratta dell’UEMOA, l’Unione Economica e Monetaria Ovest Africana, costituita da: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. L’altra area è invece rappresentata dalla CEMAC, la Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale, che è costituita da: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana e Repubblica del Congo. I suddetti paesi appartenevano tutti all’impero coloniale francese, ad eccezione della Guinea Equatoriale, ex-colonia spagnola e della Guinea Bissau, ex- colonia portoghese. Nella prima area indicata viene adottato il Franco della Comunità Finanziaria dell’Africa, mentre nella seconda viene adottato il Franco della Cooperazione Finanziaria dell’Africa centrale. Le due monete non sono intercambiabili e sono emesse e controllate da due autorità monetarie diverse: nell’UEMOA la banca centrale di riferimento è la BCEAO (Banque centrale des États de l’Afrique de l’Ouest), mentre nella CEMAC l’autorità monetaria è la BEAC (Banque des États de l’Afrique centrale).

L’adesione alle aree di adozione del Franco CFA è volontaria e non vincolante. Per questo motivo molti paesi ne sono usciti o vi sono entrati nel corso degli anni. Il caso più particolare è rappresentato dal Mali, che nel 1962 uscì, iniziando ad emettere una propria moneta autonoma denominata franco maliano, ma che poi nel 1984 è rientrato all’interno dell’area monetaria comune. Le altre ex colonie che inizialmente adottavano il Franco CFA perché facenti parte dell’impero francese, ma che poi hanno iniziato a emettere una moneta propria sono la Guinea (nel 1960), la Mauritania (nel 1973) e il Madagascar (nel 1973), che sono passate rispettivamente ad emettere il Franco guineano, il Franco malgascio e l’Ouguiya mauritana. Il fenomeno opposto è quello che ha caratterizzato la Guinea Equatoriale e la Guinea-Bissau, che non facevano parte dell’impero coloniale francese e quindi per questo motivo non adottavano come moneta il Franco CFA, ma che rispettivamente nel 1985 e nel 1997 sono entrate a far parte delle due diverse aree monetarie comuni.

L’accordo che lega le due monete africane e le rispettive banche centrali di riferimento con la moneta francese e la sua autorità monetaria è rimasto negli anni sempre lo stesso. Il rapporto di cambio tra il franco francese e il franco CFA era fisso e la convertibilità delle divise valutarie era garantita dalla Banca di Francia. A seguito dell’adozione dell’euro, il 1° gennaio 1999 è stato fissato il nuovo rapporto di cambio con la moneta unica europea, in base al quale 1 euro equivale a 656 franchi CFA. Rimangono comunque l’autorità bancaria e il Tesoro di Parigi a svolgere il ruolo di garante della convertibilità della moneta africana, mentre la Banca Centrale Europea ne resta completamente al di fuori. Senza dubbio quello appena descritto rappresenta un unicum nell’area euro. Inoltre, è stato costituito un fondo di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi che adottano il Franco CFA e, a garanzia del cambio monetario, almeno il 65% delle posizioni di tale fondo sono depositate presso il Tesoro francese. Risulta evidente come l’importanza del ruolo di garanzia svolto e il conseguente forte potere contrattuale permettano alle autorità di Parigi di partecipare, direttamente o indirettamente, alla definizione della politica monetaria dell’area CFA.

Oltre agli aspetti monetari e politici, l’adozione del franco CFA comporta conseguenze economiche e sociali non irrilevanti. Tra i più grandi sostenitori della ex moneta coloniale vi sono le élite dei paesi africani, che infatti sono notevolmente avvantaggiate dall’adozione di una moneta a cambio fisso, perché permette loro di spendere le grandi quantità di denaro di cui sono in possesso (spesso frutto di corruzione o di traffici illeciti) acquistando agevolmente i beni di lusso prodotti in Europa. A trarre grandi benefici dal franco CFA sono anche le multinazionali francesi, che possono investire a condizioni molto vantaggiose in quei paesi africani che l’adottano, poiché sono protette dal rischio di forti svalutazioni monetarie. Dall’altro lato, i soggetti economici più svantaggiati da questo sistema sono i produttori africani che vorrebbero esportare i loro prodotti in Europa, poiché il cambio fisso rende loro molto costoso l’approvvigionamento delle merci e agevola gli esportatori francesi, che a causa di questo gap non devono temere la concorrenza africana. È comunque altrettanto innegabile, che nel contesto specifico dell’accusa mossa alla Francia da alcuni esponenti del governo italiano, siamo di fronte a falsità e affermazioni totalmente infondate. Infatti, guardando ai numeri ufficiali rilasciati dal Ministero dell’Interno a fine 2018, possiamo notare come, per trovare un paese che adotta il franco CFA nella classifica dei paesi di origine degli immigrati che arrivano in Italia, dobbiamo scendere addirittura all’ottavo posto, dove troviamo la Costa D’Avorio (con 1064 migranti, su un totale di 23.370). Se invece andiamo più nello specifico e guardiamo alla lista dei paesi d’origine dei richiedenti asilo, non troviamo nessun paese dell’area CFA. In totale, nel corso del 2018, le persone arrivate in Italia dai paesi che adottano questa moneta sono state meno di duemila.

Fonte immagine: Wikipedia.

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