Il lascito e l’agenda di Mario Draghi

, di Roberto Castaldi

Il lascito e l'agenda di Mario Draghi

È significativo che alla cerimonia di passaggio di consegne da Mario Draghi a Christine Lagarde alla presidenza della Banca Centrale Europea (BCE) abbiano partecipato anche Merkel, Macron e Mattarella, i rappresentanti di Francia, Germania e Italia, i tre maggiori Paesi dell’eurozona. E se è normale che Francia e Germania siano rappresentati dal Presidente e dalla Cancelliera, la presenza di Mattarella ci dice molto su quanto il Quirinale sia considerato l’àncora di stabilità fondamentale che garantisce il ruolo e la politica europea dell’Italia, nonostante le varie vicissitudini politiche nazionali.

Perché l’Italia è così: mentre l’Europa e il mondo salutano Draghi e riflettono sulla sua eredità il nostro dibattito si concentra solo sulle elezioni in Umbria, una regione in cui la giunta precedente è stata dimezzata dagli scandali e in cui la vittoria delle forze all’opposizione è dunque scontata in qualsiasi Paese normale. E discutiamo del governo nazionale e della sua politica economica, nonostante margini di manovra finanziaria limitatissimi. Mentre lo sviluppo del Paese dipende in misura assai maggiore dal completamento dell’unione economica e monetaria (UEM).

Anche nel suo ultimo discorso da Presidente della BCE Draghi ha denunciato chiaramente i limiti dell’attuale struttura e governance dell’UEM, che ha una sola istituzione federale, la BCE, chiamata a farsi carico di salvare la baracca, mentre i governi nazionali non riescono a garantire una politica fiscale coordinata dell’eurozona. Per questo il completamento dell’unione bancaria, la creazione dell’unione del mercato dei capitali, e soprattutto una politica fiscale europea – cioè un Tesoro europeo, fondato su un’imposizione fiscale europea e la possibilità di emettere debito europeo, collegato a tale potestà impositiva – sono fondamentali per la prosperità degli europei. Draghi si è spinto oltre: ha ricordato che è difficile crearlo solo a fini di stabilità, e che è più facile realizzarlo per fornire alcuni beni e politiche pubblici indispensabili, come il contrasto dei cambiamenti climatici e la transizione ecologica di tutti i processi produttivi. È un programma ambizioso e realistico, che acquista credibilità ulteriore per il fatto che il proponente ha salvato l’unione monetaria nel momento in cui era a rischio.

Sulla capacità di prendere con Merkel e Macron delle iniziative concrete in questo senso si misurerà davvero la svolta europea/europeista del governo italiano e la sua consapevolezza di ciò che serve all’Italia. Nella scorsa legislatura europea gli investimenti in Italia mobilitati dal Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (il Piano Juncker) sono stati circa 65 miliardi, oltre il doppio di quelli nazionali. Così come la sostenibilità del debito pubblico italiano è stata garantita in questi anni principalmente dalla politica della BCE. Rafforzare gli strumenti europei di investimento e di governo dell’economia è dunque la singola misura più importante anche per l’economia italiana.

Come ha detto Draghi l’unico modo efficace di esercitare la sovranità nel mondo globale è condividerla. In altre parole i veri sovranisti sono coloro i quali cercano di costruire una vera sovranità europea - come quella monetaria esercitata efficacemente dalla BCE - non quelli che vorrebbero tornare all’inutile sovranità nazionale ottocentesca, buona per la propaganda ma incapace di incidere sui processi reali.

Articolo pubblicato sul blog L’Espresso «Noi, europei» curato dall’autore.

Fonte immagine: Wikimedia.

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