Il Patto mondiale per le migrazioni, la scelta di un futuro pacifico e comune

, di Antoine Laurent, tradotto da Matteo Cadenazzi

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Il Patto mondiale per le migrazioni, la scelta di un futuro pacifico e comune

Il 10 dicembre scorso, Marrakech ha ospitato la cerimonia di adozione del Patto mondiale per le migrazioni, che sarà definitivamente ratificato il 19 dicembre.

Questo testo inedito, le cui negoziazioni si sono concluse nel luglio 2018 all’ONU, mira a promuovere il rispetto e la sicurezza che meritano i 258 milioni di migranti internazionali. L’accordo è esplicitamente non vincolante per gli Stati, ma questa caratteristica non ha impedito che fosse audacemente criticato da alcuni governi noti per le proprie politiche internazionali isolazioniste e repressive nei confronti dei migranti. Alcuni Paesi hanno già annunciato che non ratificheranno il testo: tra questi l’Italia, l’Austria, l’Australia, gli Stati Uniti, ma ancora Israele, l’Ungheria e la Polonia. La Francia e la Germania si sono impegnate a ratificarlo.

Di quale tipo di migrazione si occupa il Patto?

Il “migrante”, questo essere strumentalizzato e caricato di valore politico, ma anche incompreso, ignorato, combattuto, sfruttato, abusato o talvolta aiutato e sostenuto, ha la caratteristica particolare di risultare indefinibile e indecifrabile, soprattutto agli occhi di chi cerca di allontanarlo. È da molto tempo che il diritto internazionale prova a integrare tale status nel proprio sistema giuridico, senza tuttavia essere riuscito a dare una definizione chiara, precisa e universalmente condivisa.

Esistono diverse espressioni per definire un(a) migrante, come “una persona che vive temporaneamente o permanentemente in un paese nel quale lui[lei] non è nato[a] e che ha acquisito importanti legami sociali con questo paeseper l’UNESCO, “una persona che eserciterà, esercita o ha esercitato un’attività retribuita in uno Stato nel quale non è residenteper l’OHCHR, “una persona che, lasciando la sua residenza abituale, varca o ha varcato una frontiera internazionale o si sposta o si è spostata all’interno di uno Stato, quali che siano 1) lo status giuridico della persona; 2) il carattere, volontario o involontario, dello spostamento; 3) le cause dello spostamento; o 4) la durata del soggiornosecondo l’OIM, o ancora “una persona che si sposta per dei motivi che non sono inclusi nella definizione legale attribuita a chi è un rifugiatoper l’UNHCR. Questa volta invece, il patto intende trattare “la migrazione in tutte le sue dimensioni.” (Preambolo, 4).

In altre parole, questo patto riguarda i 258 milioni di individui che hanno lasciato il proprio paese di origine per scelta o per forza, siano essi lavoratori migranti, rifugiati, studenti, richiedenti asilo, schiavi o senza documenti, e riafferma allo stesso tempo il carattere ben definito dello statuto di rifugiato così come è indicato dalla convenzione di Ginevra del 1951, che il patto intende preservare (Preambolo, 4) e che sarà tra l’altro il tema di un secondo patto in corso di preparazione all’ONU.

Ad esempio, si riferisce ai 5 milioni di operai indiani, bangladesi e pakistani che lavorano negli Emirati Arabi Uniti, i 10 milioni di lavoratrici filippine sparse nel mondo intero per servire come domestiche, cameriere o prostitute, le decine di migliaia di migranti imprigionati in Libia, gli 1,3 milioni di lavoratori stranieri presenti a Singapore nei cantieri e negli alberghi, i 3,6 milioni di rifugiati siriani in esilio in Turchia a causa della guerra che ad oggi ha fatto quasi un mezzo milione di morti, i 230 000 espatriati cinesi che lavorano in Africa, le decine di migliaia di schiave sessuali nigeriane sfruttate attraverso l’Europa, i 2 milioni di Venezuelani che hanno lasciato il proprio paese dal 2015 a causa delle condizioni di precarietà e della repressione del regime, un milione di rifugiati congolesi e sudanesi in Uganda, dai 60 000 ai 100 000 Nord-Coreani che lavorano all’estero per conto del loro regime, la diaspora indiana che rappresenta 17 milioni di individui in tutto il mondo, i 5 milioni di studenti che studiano all’estero. Riguarda anche i circa 120 000 richiedenti asilo in Francia.

Inoltre, questo testo prende in considerazione la questione molto preoccupante della migrazione ambientale sotto due dimensioni distinte, evocando da un lato i “movimenti migratori, quali quelli che possono risultare dalle catastrofi naturali improvvise […] derivanti dagli effetti nefasti dei cambiamenti climatici, del degrado ambientali e di altre situazioni precarie (Ob.5, 21.h)” e dall’altro “i migranti obbligati ad abbandonare i loro paesi di origine in ragione di catastrofi naturali a lenta evoluzione, [dovuta agli] effetti nefasti del cambiamento climatico e del degrado ambientale quali la desertificazione, il degrado del suolo, la siccità e l’innalzamento del livello dei mari (Ob.5, 21.g)”. Ciò potrebbe presto riguardare i 40 milioni di persone che dipendono dal Lago Ciad che attualmente è nella fase finale di prosciugamento, o ancora i 143 milioni di bangladesi minacciati dall’innalzamento del livello delle acque nel golfo del Bengala.

Perché questo patto?

Considerata l’esistenza della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, della Convenzione sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie del 1990 o ancora della Convenzione sui lavoratori migranti dell’ILO del 1949, potremmo chiederci a che cosa può servire questo patto. Esso incoraggia essenzialmente gli Stati firmatari a trattare i migranti con dignità, a rispettare i loro diritti fondamentali e a proteggerli dai pericoli ai quali potrebbero essere esposti alla luce dei diversi scenari di vulnerabilità inerenti alla migrazione. Contrariamente a quanto possano pensare alcuni responsabili politici, non si tratta affatto di un diritto giuridico integrativo attribuito ai migranti, dal momento che il patto “riafferma il diritto sovrano degli Stati di determinare la propria politica migratoria nazionale e la prerogativa di disciplinare le migrazioni nella propria giurisdizione (Unity of Purpose, 15)”. Non si tratta nemmeno di un appello all’emigrazione, dal momento che uno degli obiettivi del patto è di “minimizzare gli elementi sfavorevoli e i fattori strutturali che obbligano le persone ad abbandonare il proprio paese di origine. (Ob. 2)”.

Tale patto incoraggia gli Stati firmatari, e la società civile che essi amministrano, a considerare i migranti, qualunque sia il loro status, con rispetto, dignità, compassione e umanità, soprattutto mettendo l’accento sulla fasce più vulnerabili di genere e all’infanzia. Possiamo interrogarci in merito all’utilità di condurre lunghe discussioni intorno a un testo che non avrà alcun valore giuridico vincolante, eppure è la sua natura simbolica e politica che ha valore. Infatti la firma congiunta di tale testo permetterebbe di riconoscere l’imperativo di adottare misure di protezione e di integrazione dei migranti, a prescindere dalle ragioni della loro presenza sul territorio. Mai prima d’ora l’attenzione era stata rivolta all’idea, semplice ma autorevole, di garantire la sicurezza degli individui, la loro salute fisica e mentale, piuttosto che ai loro diritti o status, che gli Stati avranno sempre la libertà di definire. Questo patto non rivoluziona l’idea che ogni essere umano ha il diritto a una vita dignitosa, afferma solo il ruolo che hanno gli Stati di partenza, di transito o di accoglienza di considerare i migranti presenti sui loro territori per quello che essi sono, ovvero degli esseri umani che hanno il legittimo diritto di essere protetti e trattati come tali.

Inoltre, il patto vuole essere innovativo nella considerazione dell’eccessiva vulnerabilità delle donne, quasi sistematicamente vittime di persecuzioni, di violenze estreme o di privazioni di libertà. Ancora, il patto è all’avanguardia per l’attenzione rivolta alla migrazione ambientale, che non possiamo più permetterci di ignorare, poiché si tratta di una questione cruciale del XXI secolo di fronte al rischio di contare fino a 1 miliardo di “rifugiati climatici” entro il 2050. Sottolinea l’obbligo di coordinarsi per garantire la sicurezza dei migranti laddove altri Stati possono fallire, come nel caso del cimitero del mar Mediterraneo e del Sahel (Ob. 8).

D’altra parte, promette la cooperazione nella lotta contro le forme moderne di schiavitù (Ob. 6), che contano 40 milioni di vittime nel mondo, e la tratta di esseri umani (Ob. 10) il cui giro d’affari mondiale è stimato in 150 miliardi di dollari; il confronto sui metodi di identificazione degli individui (Ob. 4), in particolare per 3 milioni di apolidi; la portabilità (e non l’accesso) dell’assistenza sociale (Ob. 22) e delle qualifiche (Ob. 18), lo sviluppo di vie di migrazione sicure e legali (Ob. 5); il visto umanitario così come è stato recentemente proposto da alcuni deputati europei (Ob. 5, g); la ricomposizione delle famiglie e la gestione dei casi di persone scomparse (Ob. 8), la messa in atto di misure di integrazione inclusive nei paesi di transito e di accoglienza (Ob. 15-16); la regolamentazione del trasferimento di denaro che nel 2017 ha rappresentato 466 miliardi di dollari (Ob. 20); o ancora la responsabilizzazione di attori pubblici influenti come i media o i portavoce politici ogni volta che si esprimono sul tema delle migrazioni (Ob. 17).

Una ambizione collettiva, per le vittime e per la pace

Leggendo le prime righe del patto, è facile comprendere che sono state prese tutte le precauzioni al fine di massimizzare le possibilità che gli Stati membri dell’ONU lo firmino. In questo caso, è stata sottovalutata la forza della diffidenza che regna nelle menti più scettiche di fronte al tema dei migranti, in particolare nei paesi governati da personalità poco inclini a rivolgere il minimo segnale di considerazione per i migranti, chiunque essi siano.

Il patto dell’ONU sulle migrazioni ha per obiettivo di dare un quadro comune per la gestione di un fenomeno già largamente diffuso nel mondo. Non è diffuso a causa del suo carattere massiccio dal momento che non colpisce che una piccola minoranza del 3,4 % della popolazione mondiale. Né deve essere inteso come un fenomeno intrusivo o offensivo, esso è semplicemente un fenomeno mondiale, sistematico e sistemico, che non possiamo trascurare. Di per sé, nessuno è straniero su questo pianeta, e noi discendiamo tutti da migranti. È proprio questo ciò che gli euroscettici si sforzano di negare, nel disperato tentativo di preservare le loro comunità apparentemente ideali, talvolta in modo brutale, attraverso espressioni o azioni. Se la xenofobia e il razzismo sono mali conosciuti e diffusi, è soprattutto l’idea molto popolare di credere che la migrazione di stranieri verso il proprio territorio sia una minaccia che arriva da oltre le frontiere e contro la quale bisognerebbe assolutamente proteggersi per evitare il crollo della propria civiltà. Questa è la negazione dell’antichissima e oggi innegabile esistenza di una rete mondiale di scambio di idee, di pratiche, di iniziative, di aspirazioni, di passioni, di beni, di servizi, ma anche di luoghi di vita che le migrazioni rappresentano, siano esse turistiche, di studio, politiche, economiche o forzate.

Tale migrazione può avvenire tra due città limitrofe, tra due regioni di una stessa nazione o tra due villaggi separati da un oceano. La migrazione esiste da quando l’essere umano è in grado di camminare, ed è stata anche il suo punto di forza nei momenti più duri della sua storia. Eppure, il patto non è un’ode al cosmopolitismo, alla eliminazione dei confini o alla standardizzazione delle culture come alcuni temono ingiustamente. No, impegna semplicemente i suoi firmatari a riconoscere l’esistenza del fenomeno migratorio e dei pericoli che questo induce, di cui oggi troppe persone sono vittime e contro cui gli Stati e la società civile devono agire collettivamente.

Non firmare il patto, oltre a ostentare disprezzo verso il multilateralismo, è anche uno spregiudicato affronto al carattere inalienabile dei diritti fondamentali definiti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che ha celebrato ieri il suo 70° anniversario, e di cui gode ogni essere umano a prescindere da chi sia o da dove si trovi. Questa critica ritiene che alcuni esseri umani, in quanto stranieri, non meriterebbero di essere protetti contro gli abusi, i crimini, le persecuzioni o i danni ambientali, propri dell’Antropocene, che potrebbero subire? Questa critica sosterrebbe l’idea che, per preservare la supposta purezza del proprio luogo di vita, benché prospero grazie a numerosi scambi con il mondo esterno, gli stranieri presenti in questo luogo non siano legittimati a ricevere assistenza nel momento in cui sono in pericolo? Si, probabilmente, ed è questa l’idea da combattere, perché essa non può condurre che all’odio contro l’altro, lo sconosciuto, lo straniero, sia che venga dall’altro capo del mondo o da una valle vicina. Se dovesse persistere e diventare una norma, questa idea oscura non avrebbe altra qualificazione che di essere l’origine della chiusura, dell’isolamento o persino del conflitto armato.

Più che mai l’umanità deve definirsi come una famiglia che condivide un pianeta comune. Le nostre vite dipendono tutte all’equilibrio e dall’interdipendenza di un ecosistema fragile, gravemente minacciato dalle disuguaglianze e dai cambiamenti climatici. Il patto mondiale per le migrazioni è un appello alla tolleranza, alla fratellanza e al reciproco rispetto tra i popoli, a prescindere dalle loro aspirazioni e dalle loro differenze, senza attentare all’indipendenza sovrana di ogni nazione. Esso esprime la speranza che gli individui che partecipano alla migrazione internazionale per scelta o per obbligo non siano più vittime di pregiudizi ingiusti a causa della loro situazione. Questo patto nasce da una ferma volontà collettiva di progredire insieme per preservare ciò che per noi tutti, e sopra ogni cosa, è il bene più caro: la pace.

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