Il primo dibattito tra i candidati alla Presidenza della Commissione

, di Roberto Castaldi

Il primo dibattito tra i candidati alla Presidenza della Commissione

Si è svolto nei giorni scorsi a Maastricht un primo confronto tra i candidati alla Presidenza della Commissione europea presentati dai vari partiti europei, che i cittadini hanno potuto seguire in inglese, francese e tedesco sul web. È stato un dibattito promosso dall’Università di Maastricht e da Politico, che ha avuto momenti di grande interesse per ragioni molto diverse.

In primo luogo perché ha mostrato la debolezza di alcuni partiti europei, incapaci perfino di esprimere un proprio candidato alla presidenza della Commissione, e quindi assenti. È il caso dell’Europa delle nazioni di Salvini e Le Pen. Ma anche dell’Europa delle libertà e della democrazia diretta di Farage e del M5S. Dall’altro ha mostrato uno scarso rispetto per la democrazia europea da parte del candidato del Partito Popolare Europeo, il tedesco Manfred Weber, che non ha partecipato, preferendo andare alla festa di compleanno del suo mentore politico, come ha osservato non senza malizia uno dei moderatori del dibattito, il giornalista Ryan Heath di Politico.

Giocava in casa (in Olanda) il candidato socialista Frans Timmermans, che è risultato il vincitore del dibattito nel sondaggio in diretta svolto tra il pubblico in teatro e quello on-line. Ma una grande impressione ha fatto anche il candidato dei Verdi, il belga Bas Eickhout, giunto secondo, davanti al leader liberale, il belga Guy Verhofstadt. Penalizzata forse da un inglese stentato la slovena Violeta Tomic, ldella Sinistra Unita. E da posizioni nazionaliste, anti-europee, anti-ambientali, il candidato dei Riformisti e Conservatori, il ceco Jan Zahradil.

I temi principali trattati riguardavano il futuro dell’Unione, l’economia digitale, il cambiamento climatico e la transizione ecologica, le migrazioni e le sfide della sicurezza. Ogni candidato ha cercato di caratterizzarsi sui vari temi, ma anche di proporsi come partito e leader di riferimento su un tema specifico, con l’eccezione di Zahradil che non ha nascosto che su quasi tutte queste questioni vorrebbe solo interventi statali e non europei.

Inevitabile l’affondo sui temi ambientali del Verde Eickhout, che ha criticato i ritardi e le lentezze, dovute alle resistenze delle forze di destra. Anche Timmermans abbia cercato di mostrare le credenziali e le proposte “verdi” dei socialisti. La Tomic ha fatto le proposte più ardite sul piano economico e sociale, chiedendo di modificare il mandato della BCE, affidando l’obiettivo della piena occupazione anche alla politica monetaria. Timmermans ha ribadito la necessità di più investimenti e di un’Europa sociale, anche con una serie di proposte concrete. E sorprendentemente, anche il liberale Verhofstadt, si è detto favorevole allo sviluppo di un’Europa sociale, mentre Zahradil preferirebbe lasciare solo agli Stati membri tutta la questione.

Verhofstadt è stato il più netto ad indicare che nel mondo globale contano solo gli Stati di dimensioni continentale, come USA, Cina, India e Russia, e che è indispensabile un’UE forte e unita, dotata di una politica estera, di sicurezza e di difesa e superando i 28 eserciti nazionali a favore di una difesa europea, che permetterebbe maggiore efficacia e minori sprechi.

Tra i punti di convergenza generale – con l’eccezione di Zahradil – la necessità di una regolamentazione e tassazione europea delle grandi corporazioni digitali, che fanno enormi profitti sfruttando i dati degli utenti e pagano virtualmente tasse irrisorie, e una politica europea di gestione delle migrazioni, su cui la Commissione ha fatto proposte importanti, approvate dal Parlamento, ma messe nel cassetto dai governi nazionali.

Un punto su cui tutti si sono impegnati è quello di una Commissione con una parità di genere, confrontandosi su come arrivare a tale risultato. Sarà interessante vedere il braccio di ferro con gli Stati membri su questo dopo le elezioni europee.

L’assenza di Manfred Weber del PPE, che ha dominato le istituzioni europee negli ultimi decenni, ha tolto molto al dibattito. Così come il fatto che il solo Zahradil rappresentava la destra nazionalista, ma senza la presenza dei gruppi più estremisti nel Parlamento europeo – cui aderiscono le forze di governo italiane. Ciò nonostante, è stato un dibattito interessante, su temi concreti, con proposte chiare, tempi europei, lontano dalle chiacchiere e dalla mera propaganda che spesso contraddistinguono i dibatti italiani. Senza gare a chi la spara più grossa, ma con una diffusa consapevolezza della necessità di riformare l’Unione per dotarla dei poteri senza i quali molte di queste proposte non potranno essere realizzate. Una dimostrazione del fatto che il dibattito europeo è davvero concentrato a pensare il futuro, a governare i processi sociali, ad affrontare i problemi e le sfide, e non solo a raccattare qualche voto in più con una battuta ad effetto, uno slogan becero, un attacco scomposto agli avversari politici. Un motivo in più per andare a votare alle elezioni europee.

Articolo pubblicato sul blog L’Espresso «Noi, europei» curato dall’autore.

Fonte immagine: The Maastricht Debate.

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