Intervista a Pier Virgilio Dastoli

, di Paolo Di Fonzo

Intervista a Pier Virgilio Dastoli

Sono passati esattamente quarant’anni da quando Altiero Spinelli e un ristretto gruppo di europarlamentari si riunirono in un ristorante a Strasburgo. Tra gli esponenti presenti quella notte al Ristorante Au Crocodile, oltre al Lone Conservative Stanley Johnson, vi era anche Virgilio Dastoli, allora assistente di Spinelli e tutt’oggi in prima linea nel dibattito sul ruolo delle istituzioni europee.

Potrebbe iniziare raccontandoci la sua posizione all’interno del movimento federalista europeo e il ruolo dello stesso?

Io sono presidente del Movimento Europeo dal 2010, che è la casa dell’europeismo organizzato e a cui aderiscono il Movimento Federalista, la Gioventù Federalista e varie organizzazioni della società civile. Il Movimento Europeo è nato e lavora e agisce per attuare gli obiettivi del Manifesto di Ventotene, quindi la realizzazione di un Europa federale. In questo quadro il Movimento sostiene che il metodo per attuarla dovrebbe essere un movimento costituente e democratico, affidando al parlamento europeo il ruolo di preparare, approvare e presentare poi all’approvazione dei parlamenti nazionali un progetto di Costituzione Europea. Questo è l’obiettivo del Movimento Europeo dal punto di vista del metodo; dal punto di vista dell’agenda invece, riteniamo che il successo costituente debba essere attuato durante questa legislatura. Io, in quanto presidente del Movimento Europeo, lavoro in questo quadro: sollecitando i partiti e le forze della società civile a sostenere quest’obiettivo.

Lei è stato uno dei membri iniziali del Club del Coccodrillo 40 anni fa, potrebbe raccontarci cosa l’ha portata a entrare in questo gruppo?

Io ero l’assistente personale di Altiero Spinelli al Parlamento Italiano e al Parlamento Europeo, quindi ho iniziato a lavorare con lui dal 1977 e anche prima di allora ero ricercatore nell’Istituto Affari Internazionali che era stato fondato da Spinelli stesso. Quindi nel ’77 ho cominciato questa strada con Spinelli, che l’ha portato a essere eletto al Parlamento Europeo nel 1979, dove è arrivato con un programma fondato sull’idea che bisognava riformare la Comunità attraverso il metodo costituente del Parlamento Europeo. La prima azione che abbiamo svolto è stata quella di respingere il bilancio europeo nel dicembre del ’79, in quanto lo consideravamo inadeguato rispetto agli obiettivi della Comunità in quel momento. Questa battaglia ha dimostrato ai parlamentari che i Trattati non erano adeguati a portare avanti delle politiche comuni che rispondessero ai bisogni dei cittadini. Una battaglia, questa, portata avanti da Spinelli in maniera, come diceva lui, maieutica, per mostrare ai deputati che i Trattati dovevano essere cambiati. Sulla base del risultato di questa azione, ovvero che il Consiglio finì per presentare al Parlamento un bilancio peggiore di quello che era stato respinto, Spinelli colse l’occasione per dire ai deputati europei che bisognava assumersi questa responsabilità. È da lì che è nato, il 9 luglio del 1980, il Club del Coccodrillo, di cui all’inizio erano parte solo nove deputati e a cui successivamente hanno però aderito un numero crescente di membri e da cui è nata la Commissione Affari Istituzionali, che ha elaborato il progetto di trattato che è stato poi approvato dal Parlamento Europeo il 14 febbraio 1984.

Tornando al presente, ci troviamo in una situazione che per certi versi ricorda quella di quarant’anni fa, nella difficoltà delle istituzioni europee nel confrontarsi con le istituzioni nazionali. Secondo lei, in che direzione pensa ci sia bisogno di andare? E quali possono essere le riforme che devono essere introdotte a livello europeo per superare questa impasse?

Intanto il Parlamento Europeo deve respingere il compromesso che si sta preparando nel Consiglio sul Bilancio Pluriennale 2021-2027, che è inadeguato. Il Parlamento ha il potere, come lo aveva del resto nel ’79, di non accettare la proposta del Consiglio. Quindi alla fine dell’anno, se il compromesso dovesse essere quello proposto dal Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, dovrebbe essere respinto. Questo aprirà un conflitto con il Consiglio, e il Parlamento dovrà sottolineare il fatto che il Trattato contiene molte lacune: la prima, che il Parlamento non ha il potere di definire le entrate, ma soltanto di votare insieme al Consiglio le uscite. La seconda che queste entrate devono essere votate all’unanimità dal Consiglio e poi ratificate dai parlamenti nazionali, quindi introduce il diritto di veto di un singolo paese all’interno dell’Unione. La terza, che in questo momento l’Unione Europea non ha delle competenze che sono necessarie per far evolvere l’Unione stessa: pensiamo al tema della salute o a quello dell’immigrazione o della dimensione sociale. Dunque il Parlamento Europeo deve mettere sul tavolo contemporaneamente il tema di un bilancio diverso e il tema di competenze diverse che devono essere attribuite all’Unione. La prima fase di questa battaglia passa attraverso il rifiuto del bilancio proposto dal Consiglio. Dopodiché, come nel ’79, da quel rifiuto deve avviarsi un processo costituente all’interno del quale il Parlamento Europeo deve giocare un ruolo principale.

Parlando del Parlamento Europeo e del suo ruolo, molti cittadini europei non si sentono particolarmente rappresentati dalle istituzioni europee stesse, con una sorta di distacco tra come viene percepita la vita politica nazionale e quella europea. Qual è il suo parere a riguardo? E dove si potrebbe intervenire per cambiare questa percezione?

Intanto, dai sondaggi d’opinione risulta che i cittadini europei si sentono ancor meno rappresentati dalle istituzioni nazionali [rispetto a quelle europee]. Il livello di fiducia dei cittadini nel parlamento nazionale è molto più basso di quello delle istituzioni europee. La critica che i cittadini fanno all’Europa è che questa Europa non ha i poteri sufficienti per rispondere ai loro problemi. La strada da percorrere è quindi di dare all’Unione Europea le competenze e i poteri per fare delle iniziative che le singole nazioni non sono in grado di compiere. È così che si supera il gap: attribuendo all’Unione quelle competenze dove gli Stati Nazionali non sono in grado di agire. L’altra strada è che i cittadini si sentiranno rappresentati dall’Unione Europea quando l’UE avrà un vero governo e quindi quando le elezioni europee saranno quelle per eleggere il Governo dell’Europa. I cittadini sentono che in qualche modo il loro voto alle elezioni europee non è un voto attraverso il quale sono in grado di farsi ascoltare. L’unico modo [per cambiare questa prospettiva] è che l’Unione abbia i poteri per agire in maniera che possa essere efficace. La via è quella di una riforma delle istituzioni, attribuendo maggiori poteri al Parlamento e facendo in modo che ad esso risponda un governo, che viene eletto dal Parlamento stesso come avviene in tutte le nostre democrazie parlamentari.

Un’ultima domanda: abbiamo visto negli anni recenti l’emergere di governi nazionali che invece sembrano voler remare contro la direzione di ampliare i poteri e le competenze dell’Unione. Abbiamo il caso di nazioni come Polonia e Ungheria, dove tali fazioni anti-europeiste sono al governo, e altre, tra cui l’Italia stessa, dove stanno guadagnando peso politico. In tal senso, lei trova che questo possa rappresentare un passo indietro e mettere in dubbio quanto ottenuto dall’Unione Europea nei decenni recenti o si tratta invece di un ostacolo che è necessario superare nella via per l’integrazione europea?

Nel Parlamento Europeo i gruppi per così dire sovranisti sono una minoranza, rappresentando tra il 20 e il 25% (i gruppi di Identità e Democrazia e di Conservatori e Riformisti Europei insieme rappresentano il 19% NdR). Sebbene questi gruppi facciano riferimento a delle culture politiche che esistono in tutti i paesi membri, se convocassimo una conferenza con tutti i parlamentari nazionali ed europei (che ci fu peraltro a Roma nel 1990), ci renderemmo conto che all’interno di questo emiciclo le forze anti-europeiste sarebbero una minoranza. Per questo quello che noi chiediamo è che il Parlamento Europeo inviti i parlamenti nazionali a un dibattito europeo, da cui certamente emergerebbe che coloro che vogliono più Europa sono in maggioranza. Poi, naturalmente, il progetto elaborato dal Parlamento Europeo dovrebbe essere sottoposto alla ratifica di tutti i Paesi Membri. Se ci dovesse essere qualche paese che non ritenesse utile o opportuno per i propri interessi di partecipare a questo processo, bisognerebbe attuare un sistema che consenta alla maggioranza dei paesi di andare avanti anche se ci fosse qualche paese reticente. Questo d’altronde c’era scritto nel Progetto Spinelli dell’84: il salto verso la federazione dev’essere fatto fra chi ci sta. Bisogna poi vedere se un governo polacco o ceco o ungherese decideranno veramente [di escludersi], perché questi paesi traggono numerosi vantaggi dalla loro appartenenza all’Unione Europea, per cui non è scontato che nel rendiconto ufficiale questa sarebbe la loro posizione. C’è però il bisogno di metterli di fronte a un progetto concreto di salto politico dell’Unione e poi saranno i cittadini a esprimersi. La nostra idea è infatti che la ratifica dovrebbe avvenire attraverso un referendum pan-europeo, in modo tale che siano i cittadini che si esprimono e non soltanto i governi nazionali. Abbiamo visto anche in questi paesi come nelle ultime elezioni locali hanno prevalso dei sindaci che hanno un approccio pro-europeo. Anche nel voto polacco, già il solo fatto che il candidato europeista sia arrivato testa a testa con l’attuale Presidente della Repubblica già dimostra che c’è una forte presenza della società civile polacca che vuole più Europa.

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