Jean Monnet e i piccoli passi

Il «meccanismo monnettiano» si è forse inceppato?

, di Joshua Giovanni Honeycutt Balduzzi

Jean Monnet e i piccoli passi

«La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.

Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent’anni antesignana di un’Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L’Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra.

L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. L’unione delle nazioni esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l’azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania».

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Questo è l’incipit della famosissima dichiarazione pronunciata dall’allora Ministro degli Esteri francese, Robert Schuman e conosciuta semplicemente come ‘Dichiarazione Schuman’. Un uomo che visse una vita sul confine tra la Germania, la Francia, e il Lussemburgo, Stato dove effettivamente nacque da padre loreno di nascita francese, diventato di cittadinanza tedesca dopo il passaggio della Lorena alla Prussia nel 1871.

Schuman, che per motivi familiari conobbe le vicende che in un secolo toccarono alla Lorena, nonché all’Alsazia, in una dichiarazione di un totale di 868 parole riesce a delineare la modalità che da quel giorno in poi avrebbe garantito a quella parte d’Europa, cioè al cuore d’Europa, e piano piano a parti sempre più ampie del continente uno dei periodi di pace più duraturi della storia del Continente.

Quel giorno era il 9 maggio 1950 e quella dichiarazione pose le basi per il primo passo ufficiale del lungo cammino dell’integrazione europea: la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, che venne fondata nella primavera dell’anno successivo, con il consenso e il sostegno degli Stati Uniti d’America; un consenso non solo aperto, ma apparentemente anche sotterraneo. Il mondo era uscito da cinque anni dalla Seconda Guerra Mondiale, che aveva provocato circa 70 milioni di morti in sei anni.

Molte e complesse sono le interpretazioni sulle cause del secondo conflitto mondiale e si potrebbe indubbiamente cercare di individuarne in maniera tucididea cause e pretesti, ma non è questo lo scopo del presente scritto. Uomini come Schuman – e come Monnet e Spinelli di cui il suo pensiero è debitore – videro una causa della guerra nella storica rivalità tra Germania e Francia, in particolare circa le risorse minerarie dell’Alsazia e della Lorena; più in generale videro causa principe della guerra la rivalità tra gli Stati nazionali che componevano la geografia politica europea. Seppur, come Altiero Spinelli, in primis, assieme a Ernesto Rossi ammette nel famoso Manifesto di Ventotene, la rivalità nazionale avesse garantito ai popoli europei un progresso non indifferente, nonché, si potrebbe aggiungere, il dominio sul mondo grazie alla spinta che ogni Stato aveva avuto a perfezionarsi rispetto agli altri, questa rivalità, nell’epoca dell’industrializzazione non solo di ogni aspetto della vita, ma anche della guerra, aveva portato alla guerra totale, che per potersi manifestare appieno aveva bisogno di materie prime per l’industria pesante.

Ed è proprio a queste ultime che Schuman si riferisce quando parla degli «efforts créateurs à la mesure des dangers qui […] menacent [la paix]», cioè alle misure necessarie per fare in modo che né Germania, né Francia, in questo particolare caso, potessero accaparrarsi le materie necessarie per avere l’una un’industria – bellica ma non solo – più potente dell’altra. Lo sforzo creativo doveva consistere nel creare un ordinamento congiunto e integrato atto a non permettere a una delle due Nazioni, nella sostanza, di armarsi o volersi armare a scapito dell’altra. Economie integrate significava – e significa – anche sorveglianza reciproca, e il primo passo verso un’ «Europe organisée et vivante» era ed è l’integrazione economica, come anche il marxista rinnegato Spinelli aveva teorizzato.

Un’ «Europe organisée et vivante» è necessaria alla pace mondiale, secondo Schuman: se si considera che all’epoca le Nazioni europee avevano un ruolo egemonico sul mondo e da egemoni lo avevano trascinato in due conflitti mondiali nel giro di quarant’anni, questa visione non sorprende, e non dovrebbe sorprendere nemmeno oggi, data la grandezza del ruolo dell’Europa sotto sostanzialmente ogni aspetto geopolitico, politico, economico e sociale planetario. La stabilità dell’Europa nel mondo e in particolare nel mondo globalizzato è necessaria per la pace.

Se un’integrazione economica, in primis di Germania e Francia, è stata correttamente individuata come il primo passo verso un’Europa di pace nonché verso la soluzione del cosiddetto ‘problema francese’, sin da subito non viene visto come anche l’unico necessario o l’ultimo da parte di Schuman. La sua è una visione dell’Europa a piccoli passi secondo quanto immaginato da Monnet con il suo meccanismo. Una serie di effetti di contagio avrebbero e hanno, infatti, a piccoli passi, appunto, portato a un’integrazione sempre più ampia, che nella mente di Schuman e di Monnet avrebbero dovuto portare agli stessi Stati Uniti d’Europa teorizzati da Spinelli nel Manifesto.

Ma come funziona questo meccanismo monnettiano e che cosa sono, nel concreto, questi piccoli passi? I passi del meccanismo monnettiano rappresentano di fatto modi in cui gli Stati nazionali, dalla seconda guerra mondiale ad oggi, hanno affrontato i propri problemi più pressanti: attraverso la condivisione di sovranità, che ha permesso loro in primis, di superare il problema focale della prima metà del Novecento, la pace tra loro e quindi la prosperità dei popoli europei.

«Non si avrà la pace in Europa se gli Stati si ricostruiscono sulla base della sovranità nazionale con ciò che essa implica circa la politica di prestigio e circa la protezione economica. Se i paesi d’Europa si proteggono di nuovo gli uni contro gli altri, la costituzione di vaste armate sarà nuovamente necessaria. […].

I paesi d’Europa sono troppo ristretti per assicurare ai loro popoli la prosperità che le condizioni moderne rendono possibili e di conseguenza necessari […].

La loro prosperità e gli sviluppi sociali indispensabili sono impossibili, a meno che gli Stati d’Europa si diano la forma di una federazione o un’«entità europea», che ne faccia un’unità economica comune.»

Già il 5 agosto del 1943 ad Algeri Monnet, nelle sue «Note de réflexion» di quel giorno, aveva individuato nella sovranità degli Stati nazionali il problema centrale, spingendosi ad affermare che non solo una ricostruzione post-bellica incentrata di nuovo sull’ordine westfaliano degli Stati sovrani in Europa avrebbe riportato la guerra nel seno del Continente, ma anche che gli Stati europei erano troppo piccoli per poter garantire la prosperità dei loro popoli e che solo una soluzione federale sarebbe stata la via per un’Europa pacifica, prospera e sovrana sul piano mondiale.

Ciò che Monnet afferma è semplice: la cessione di sovranità, cioè la condivisione della sovranità a livello europeo può essere l’unica maniera per fare in modo che l’Europa riesca, una volta per tutte, a garantire la pace entro i suoi confini. Per lui è necessario partire da questo e per farlo, nel concreto, i Francesi arrivano ad ideare l’idea della condivisione a livello europeo delle materie prime presenti lungo il confine tra Francia e Germania, così centrali per la produzione bellica industriale. Così si arriva alla Dichiarazione Schuman, il primo passo verso l’integrazione europea.

Come però le parole di quell’agosto del ‘43 lasciano trasparire, per Monnet la pace non è una condizione sufficiente, seppur sia necessaria. Il Padre d’Europa parla infatti apertamente di prosperità e di sviluppo sociale, condizioni che la modernità rende possibili e dunque necessarie («la prospérité que les conditions modernes rendent possible et par conséquent nécessaire»). Monnet intravede forse il nuovo ordine, post-westfaliano, di Bretton Woods? Intravede il mondo, cioè, della globalizzazione, in cui l’Europa – o meglio, gli Stati europei – rischiano di trovarsi come vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro, in un mondo in cui non saranno più in grado di difendere i propri popoli?

La risposta non può che essere sì. Anche il Manifesto di Ventotene, infatti, intravede il pericolo di un indebolimento dell’Europa sul panorama mondiale e vede, come Monnet, solo in un’unione degli Stati europei la maniera di continuare a tutelare gli interessi dei popoli europei, in particolare quelli della classe operaia. Solo una sovranità continentale potrà garantire pace e difesa della classe lavoratrice, nella visione del Manifesto. Ancora più importante, forse, però, era il fatto che sia il Manifesto di Ventotene che Monnet evidentemente scorgessero come sarebbero potute sorgere possibili rivalità tra gli Stati europei nel loro vano tentativo di garantire prosperità ai propri popoli, nel momento in cui, incapaci di farlo perché troppo «étroits », come dice Monnet, si sarebbero rivolti nuovamente alla guerra nel tentativo di accapparrare maggiori risorse per l’industria nazionale. Un circolo vizioso, quest’ultimo, che da metà Ottocento, fino alla fine del secondo conflitto mondiale creò immani rivalità tra gli Stati europei, sul Continente e in giro per il mondo.

È sulla base di questi presupposti ideologici che Monnet, nelle sue Mémoires afferma che:

«l’Europa sarà forgiata dalle sue crisi e sarà la somma delle soluzioni trovate per risolvere tali crisi»,

perché il concetto stesso di unità europea nasce come risposta a molteplici problemi di ordine bellico, sociale, politico, geopolitico ed economico. L’idea di gestire collettivamente carbone e acciaio, questa condivisione di sovranità su queste due materie prime, ha permesso di neutralizzare le cause per cui per un buona parte della loro storia gli Stati europei si sono scontrati: ha reso impossibile la guerra moderna ed industriale privando le potenze del controllo esclusivo di due materie prime essenziali, ha messo in comune i destini lavorativi di importanti masse operaie, ha costretto le potenze aderenti a sedersi attorno a tavoli permanenti, ha dato, nel lungo termine, maggior importanza a livello mondiale alla produzione europea e infine ha reso permanente un assetto multilaterale nell’ambito del commercio europeo di queste materie prime.

Monnet, anche certamente nell’interesse della Francia, la grande potenza vincitrice della guerra, attraverso il suo meccanismo è convinto di aver trovato la maniera di superare il concetto della sovranità dello Stato nazionale senza grande clamore: a differenza dei federalisti come Spinelli, che avrebbero voluto un’immediata condivisione di sovranità e la creazione di un «solido stato internazionale» in Europa – per citare il Manifesto di Ventotene – Monnet è convinto che i piccoli passi siano la via migliore e che per spillover effect successivi l’integrazione continentale sarebbe andata avanti. Dopo la CECA, infatti, nel 1957 arrivò la Comunità Economica Europea, che estendeva l’area di competenza condivisa in fatto di economia a tutti i settori. Ciò portò, solo a titolo di esempio, col tempo, necessariamente a politiche comuni anche in ambito monetario col Sistema Monetario Europeo del 1979. Ogni nuova ondata di condivisione di sovranità, infatti, ha creato sempre nuove sfide e sempre nuovi squilibri risolvibili, come previsto dal meccanismo, solo attraverso nuove condivisioni di sovranità.

Rimane da capire se, come qualcuno sostiene, il meccanismo monnettiano sia o no inceppato. Rimane da capire se, come in altre esperienze federaliste, l’ultimo passo – sì, l’ultimo passo – verso la creazione di una federazione europea richieda uno strappo sia rispetto all’attuale assetto simil-confederale dell’Unione Europea che rispetto alla volontà e all’influenza popolare, come avvenne nel caso della Convenzione di Filadelfia.

I problemi oggi che l’Europa e gli Stati europei si trovano ad affrontare non sono solo quelli legati a una globalizzazione che è difficile da governare o a uno scacchiere mondiale fatto di potenze continentali, ma anche e soprattutto quelli legati a un assetto europeo sui generis. Stiamo vivendo una di quelle crisi che secondo Monnet portano a soluzioni la cui somma dà forma all’Europa. Una gestione comune dell’immigrazione, l’unione bancaria, una tassazione uniforme, un’unica politica estera, un bias democratico negli organi europei sono alcune delle sfide che ci troviamo davanti.

Davanti a queste sfide tre sono le possibili strade che possono essere percorse: quella della tentazione sovranista, che consiste nel rifugiarsi nuovamente nel mondo westfaliano; un mondo conosciuto, identitario, che ha permesso la crescita degli Stati europei e dei suoi popoli, ma che ha anche portato a immani tragedie, ultima delle quali la Seconda Guerra Mondiale.

Altra strada possibile è quella che l’assetto mondiale, ma soprattutto europeo, ha cercato di percorrere per risolvere la grande crisi finanziaria del 2008, cioè quella tecnocratica, in reazione alla quale la tentazione sovranista è nata, per una sua insita mancanza di democraticità e, in molti casi, di efficacia.

La terza strada possibile è quella della federazione: è la possibilità, cioè, di dare realizzazione al sogno del Manifesto di Ventotene e all’obiettivo finale di Monnet, creando quel «solido stato internazionale», che, come federazione leggera sia in grado di garantire pace e prosperità al proprio interno, permettendo anche all’Europa di giocarsela da pari sullo scacchiere geopolitico mondiale.

Una cosa rimane certa: nel caso di Schuman, cioè del primo passo ufficiale nella storia dell’integrazione europea, integrazione economica e una politica in grado di mantenere la pace hanno coinciso e con successo lo fanno ancora oggi.

Un’altra cosa lo è altrettanto: a chi oggi propugna dei passi indietro rispetto all’integrazione europea finora raggiunta dovrebbero essere ricordati i 70 milioni di morti – di cui 41 milioni di Europei – della Seconda Guerra Mondiale.

Tornare indietro significa rischiare di tornare all’incubo della rivalità tra gli Stati nazionali.

Fonte immagine: Wikimedia.

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