Jesus Christus, Poloniae Rex

, di Daniele Armellino

Jesus Christus, Poloniae Rex

Avevo deciso, poco prima delle elezioni presidenziali americane, di scrivere un pezzo sui fatti di Gorino.

Non so se ricordiate più cosa sia successo in quel piccolo paesino della provincia di Ferrara: ci fu una protesta popolare, in risposta alla decisione delle autorità di destinare a quel borgo l’accoglienza di circa una dozzina di donne, giovani migranti, una parte delle quali tra l’altro incinta.

Gli abitanti insorti la vinsero sul Ministero dell’interno, lo ricorderete. Una reazione, quella da parte dei cittadini gorinesi, subito stigmatizzata in coro da tutti o quasi, nel mondo della politica, del giornalismo, della cultura, etc.

Solo che l’elezione di Trump ha un po’ scombussolato i miei piani. Non che non me la aspettassi! Avevo scommesso una cena con un’amica sulla sua vittoria, e l’ho vinta! Una soddisfazione dolceamara, lo comprenderete bene. Era troppo grande la questione Trump, così grande da non poterla non considerare e affrontare. Anche quella però, è stata affrontata a sua volta, alla fine, da signori molto più autorevoli e preparati di me, qui sul nostro webzine. Nonostante ciò, consentitemi lo stesso di partire da Trump e dalla sua vittoria per provare a sviluppare il mio discorso.

Molto brutalmente, ritengo sia successo questo: Non c’è stata alcuna valanga di voti per The Donald, né per Hillary, ovviamente; al contrario, hanno entrambi ottenuto meno suffragi rispettivamente di Obama e Romney nel 2012, se non vado errato. In più, le donne, così come le persone di colore, hanno votato Hillary, ma non con lo stesso trasporto, né nello stesso numero delle presidenziali del 2008 e del 2012. Tutt’altro. Candidati impopolari non attirano i cittadini alle urne. Questa situazione ha provocato l’emersione di quell’elettorato bianco, che avevamo un po’ trascurato forse dal 2008, rappresentante comunque tutt’oggi quasi il 70% del totale degli aventi diritto al voto negli States, affetto in una sua parte evidentemente considerevole, dalla cosiddetta “sindrome dei penultimi”. Non la conoscete? È una malattia, che corrode l’animo e la mente di tutti coloro che sentono sempre più prossimo l’avvicinarsi per sé e le proprie famiglie dell’ultimo gradino della scala sociale: quello dei più poveri e irrilevanti, quello dei dimenticati.

Addio al sogno americano per tanti ex metalmeccanici o ex minatori ora costretti a lavorare come cassieri o commessi sfruttati e sottopagati da Walmart o similari, oppure ancora disoccupati, nonostante la ripresa vada avanti da sette anni, per esempio. Questi signori si saranno detti, presumo: “Ma perché non votare per un candidato che mi promette di tornare indietro, quando si stava tutti bene? Che mi promette che farà processare la candidata democratica accusata (in piccola parte forse a buon diritto, nda) di essere parte di quell’estabilishment che mi ha, ci ha rubato l’avvenire? Perché una donna poi? Non ci è bastato il nero?”. Potranno sembrarvi esagerate, ma secondo molti e anche secondo me, si tratta proprio di ciò che si saranno detti tra sé molti elettori della Rust Belt e del Midwest più profondo. E non stiamo parlando di membri del Ku Klux Klan, attenzione! Si tratta di gente comune, gente che potreste incontrare al supermercato sentendola parlare in questi termini con la cassiera. Parliamo di milioni di cittadini che sentono incombere su di sé, non solo le conseguenze amare della crisi economica, ma una crisi d’identità le cui ragioni si possono forse trovare nel tradimento delle promesse della globalizzazione; un fenomeno che se, in un quarto di secolo, ha avvicinato economicamente il Sud del mondo, e soprattutto l’Est, ai Paesi del Nord, dall’altro ha generato tantissima disuguaglianza sociale in Occidente. Per non parlare della ricchezza ivi prodotta, mica poca, ma molto mal distribuita. Anzi, non distribuita proprio, se vogliamo esagerare.

Come negli USA, così nella nostra cara Unione europea. E almeno in America hanno un governo federale che ha o avrebbe la forza di occuparsi di queste piaghe. Possiede una propria capacità economico-finanziaria, fiscale, politica, morale, che in Europa non esiste ancora e non sappiamo se esisterà mai, se verrà alla luce.

Se negli Stati Uniti in crisi d’identità, ha prevalso quindi un ripiegamento sulle divisioni etniche e sulla questione dell’alterità e della superiorità razziale bianca, in Europa le cose non è che siano andate o stiano andando meglio. In Ungheria è partita la caccia al migrante, in Italia è successo il finimondo a Gorino, e nel resto del continente sembra continuino a insidiarsi i germi di un nazionalismo e di un populismo sempre più aggressivi e contagiosi.

E a proposito di populismo e scontento: mi trovavo qualche sera fa su un autobus e stavo tornando a casa, qui a Roma. Di fronte a me, un uomo e una donna parlavano del referendum ed entrambi non si stavano confrontando sulle ragioni del Sì o del No; riflettevano e sostenevano vicendevolmente la tesi secondo la quale il voto del quattro dicembre sarà solo uno spreco di soldi. Non so se rendo l’idea, il diritto di voto, il referendum costituzionale, degradati a spreco di soldi. Sulle prime, ve lo confesso, giudicai tra me e me molto male quei signori, li considerai con sufficienza. Ma poi, poi mi sono detto che molte persone, tantissimi cittadini ormai, la pensano così o in maniera simile, e non vogliono nient’altro che un demiurgo, un ordinatore, qualcuno che li lasci tranquilli e sistemi le cose, punisca quelli da punire, permetta loro soprattutto di non avvicinarsi più a quel gradino ultimo della scala sociale di cui sopra. E non sono soltanto persone scarsamente scolarizzate a fare questi discorsi, oramai. Che ci vada il nero in basso, che ci vada il migrante, che ci vadano le donne!

Sono elementi che dovremmo sempre più tenere in considerazione, perché a mio modesto avviso, la differenza tra la vittoria e la sconfitta del nostro progetto federalista, la differenza fra la sopravvivenza e la scomparsa della nostra civiltà, la faranno proprio queste persone.

Cosa stiamo facendo noi federalisti, per convincere queste persone che potrebbe esistere una maniera per sfuggire a questa crisi d’identità che ci attanaglia tutti?

Cosa stiamo facendo noi federalisti, per convincere queste persone che potrebbe esistere una maniera per governare meglio e davvero la globalizzazione e il flusso inarrestabile dei migranti?

Cosa stiamo facendo noi federalisti, per convincere queste persone che potrebbe esistere una maniera per redistribuire meglio la ricchezza, la tanta ricchezza prodotta ancora nei nostri Stati-Nazione e creare nuovi posti di lavoro?

Potranno sembrarvi retoriche, banali o addirittura stupide queste domande, ma io ritengo, modestamente, che dovremmo provvedere a pensarci. Dovremmo metterci in discussione. Spinelli, nei suoi anni di carcere e confino, utilizzò molto del suo tempo per mettere in discussione le sue convinzioni, le sue conoscenze e crescere. Uno dei risultati di questo suo sforzo coraggioso, è stato il Manifesto per un’Europa libera e unita.

Riprendendo ancora Spinelli, potremo “convincere e organizzare” nuove persone, nuove leve, nuovi militanti, solo chiarendo la nostra posizione davanti a tutto ciò. Perché io inizio a non biasimare più questi cittadini, queste cittadine, che prendono posizione in maniera così radicale contro la democrazia, contro l’Europa, contro la globalizzazione, contro i loro stessi interessi e la loro stessa società, se andiamo a vedere. Essi sono più poveri di prima, non possono in molti casi permettersi cure mediche, non riconoscono più il mondo nel quale vivono, né riconoscono sé stessi. E non prendetemi per un antidemocratico, non è questo il punto. Noi cosa faremo?

Intanto in Polonia hanno deciso in Parlamento di nominare Gesù Cristo Re dello Stato. E il 19 novembre, la decisione parlamentare è divenuta realtà: “The coronation, which took place on November 19th in Kraków, attracted thousands of believers – including President Andrzej Duda and several MPs. Having Jesus on Poland’s throne doesn’t change anything legally, but it’s another step the conservative government has taken towards forcing outdated morals on the Polish people”. [1]

Mi viene quasi spontaneo pensare a un paragone con la Corona ungherese di Santo Stefano ai tempi della Reggenza di Horthy: allora, si racconta che la Corona avesse personalità giuridica e da essa originassero i poteri del monarca (che non c’era) e del Reggente. Quello era un governo autoritario, per molti versi vicino al regime fascista. Oggi in Europa qual è la situazione? Vi sembrano paragoni azzardati? Io non lo so, mi sono venuti in mente e ve li ho proposti. Facciatene ciò che vi sembri più giusto e utile.

Certo, il problema esiste, in primo luogo per noi che portiamo avanti un punto di vista sempre più screditato e considerato utopico, irrealizzabile. In apparenza fallito. Come proveremo a trasformare la sfiducia e la stanchezza, la rabbia e la paura, in qualcosa di positivo?

Voglio lasciarvi con due citazioni.

La prima seria, la seconda semiseria.

I. La prima è di Robert Kagan, neocon, ex consigliere di George W. Bush, a proposito della campagna di Trump. Io penso che dovrebbe far riflettere anche e soprattutto noi: “L’idea che la cultura democratica produca debolezza, il fascino della forza bruta e del machismo, le affermazioni incoerenti e contraddittorie, l’odio e la rabbia per le minoranze, [tutto ciò, nda] è una minaccia per la democrazia, [un fenomeno, nda] che alla sua apparizione in altre nazioni e in altre epoche, fu definito fascismo”.

II. La seconda è tratta dal terzo film della trilogia de Il Signore degli anelli, Il ritorno del Re. La pronuncia Gimli, figlio di Gloin, uno dei personaggi più importanti della storia e in un momento cruciale, quando la linea di demarcazione tra la vittoria o la sconfitta del nemico nella storia è molto sottile e ci si deve giocare il tutto per tutto; un po’ come nel nostro caso, oggi: “Certezza di morte, scarse possibilità di successo, che cosa aspettiamo?”.

Era giusto per sdrammatizzare un po’.

Io vi aspetto a Roma il 25 marzo, possiamo iniziare da lì.

Fonte immagine Wikipedia

Note

[1Tratto da un articolo di Vice.com del 26 novembre u.s.

Tuoi commenti

  • su 18 dicembre 2016 a 00:46, di francesco franco In risposta a: Jesus Christus, Poloniae Rex

    Sono d’accordo. Possiamo iniziare proprio dal 25 marzo 2016 a Roma. Ma ho qualche osservazione aggiuntiva che l’articolo ignora per ragioni tecniche essendosi palesate dopo la sua pubblicazione. Il MP May pure inizierà la secessione da questa stessa data simbolica inviando alla UE la notifica del recesso inglese il 25 marzo 2016 appunto. Quanto a Donald Trump sono emersi in questi ultimi tempi due elementi che fortunatamente permettono di dubitare dell’analisi condotta. Il primo è che Hillary Clinton sorpassa Trump in termini di voto popolare di ben due milioni di voti (ciò che contraddice un po’ la narrazione del pensiero medio del penultimo americano). Se fosse solo per questo l’elezione di D. Trump sarebbe avvenuta a causa dell’imperfetto meccanismo elettorale americano che attribuendo tutti i delegati dello stesso stato al candidato che in esso ottiene la maggioranza semplice dei voti popolari avrebbe fatto casualmente prevalere il candidato complessivamente meno votato. Il secondo elemento, molto più serio ed importante, è emerso solo ieri. Alla CIA ed al FBI appare che i risultati dell’elezione siano stati falsati da cyber-attacchi condotti dalla Russia che avrebbe manipolato i dati elettorali, con lo scopo di ottenere a tavolino, l’elezione di D. Trump. Poiché la questione sembra «seriamente fondata» il presidente Obama ieri ha chiesto a D. Trump di accettare lo svolgimento di un’inchiesta indipendente ed imparziale sulla vicenda. Quindi il ragionamento resta giusto però non lo avrebbe fatto l’americano medio ma Putin.

  • su 19 dicembre 2016 a 18:18, di Giuseppe Marrosu In risposta a: Jesus Christus, Poloniae Rex

    Concordo con tutto. Donald Trump ha dato delle risposte (perlopiù sbagliate) alle domande-paure dei «penultimi».

    Il suo vantaggio nei confronti dell’establishment è stato di aver raccolto queste domande, cui invece l’establishment stesso tende a sfuggire. Bisognerebbe invece affrontarle.

    Una di queste domande riguarda la Cina, la sua concorrenza sleale che ha già causato un’ecatombe di posti di lavoro in Europa, la sua aggressività nei confronti dei vicini più deboli (il Tibet già annesso, India mangiucchiata ai confini, Taiwan minacciata, Giappone e Sud Corea sotto scacco attraverso il satellite Corea del Nord).

    Io penso che l’Europa dovrebbe prendere una posizione più dura nei confronti dell’espansionismo economico, finanziario e territoriale della Cina, a difesa della nostra economia, di Paesi come Taiwan, dei valori di democrazia e di libertà in cui crediamo (o no?). Se vogliamo salvare il Popolo dai populisti questa è una delle strade da percorrere, con maggiore lucidità ma con la stessa fermezza di Trump (altre cose da fare: dichiarare guerra ai paradisi fiscali -Londra e Lussemburgo inclusi- e a tutti gli evasori grandi e piccoli, abbondonare l’ideologia iperliberista, stabilendo una strategia industriale a livello Europeo, difendere i posti di lavoro minacciati dall’automazione, combattere il degrado nelle periferie e nelle zone degradate, intervenire per modulare i flussi migratori, favorire una vera integrazione degli immigrati... insomma dare risposte non demagogiche alle paure dei penultimi).

    Ora qualcuno dirà che la Cina non si può toccare, che è un grande mercato per le nostre esportazioni, che ci servono i loro capitali (mele avvelenate a parer mio), il loro appoggio.

    E allora lasciate concludere anche me con una citazione: «andiamo avanti così, facciamoci del male» (Nanni Moretti).

    PS: mi sembra di riconoscere nella foto che accompagna l’articolo la Statua della Libertà della rivolta di Piazza Tian An Men. La repressione che ne seguì, troppo presto dimenticata, è un chiaro esempio della pericolosità del governo di Pechino, innanzitutto nei confronti dei cinesi stessi.

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