L’Europa ha sconfitto Salvini

, di Antonio Longo

L'Europa ha sconfitto Salvini

Le lenti con cui leggiamo i fatti politici determinano le nostre valutazioni sui fatti stessi.

Le recenti elezioni europee ci offrono un esempio al riguardo.

Dopo il 26 maggio quasi tutti i commenti politici nazionali sottolinearono la straordinaria vittoria della Lega, primo partito in Italia (e persino a livello UE). Lo stesso Salvini, inebriato dal successo, alzò subito la posta e s’immaginò, di lì a poco, come futuro leader del Paese, grazie a un consenso che sembrava inarrestabile.

Con lenti diverse (europee) si poteva fare una valutazione opposta. Salvini aveva sì vinto nella ‘regione italica’, ma aveva perso in Europa, poiché il fronte delle forze europeiste poteva contare su due terzi circa del Parlamento europeo. Era così fallita la strategia delle forze nazionaliste di rendere ingovernabile l’Unione, immaginando un clamoroso risultato in diversi Paesi dell’Unione. Obiettivo non dissimulato da Putin e da Trump, sponsor politici di queste forze.

Quale fosse la lente giusta lo si è visto il 16 luglio a Strasburgo, quando Ursula von der Leyen viene eletta Presidente della Commissione europea da una maggioranza politica che ‘spacca’ le forze populiste/nazionaliste. Alcune passano nel ‘campo europeista’ (come ad esempio in Italia il M5S), altre vanno all’opposizione, come la Lega o il Front National della Le Pen in Francia.

Per una forza politica la ‘scelta di campo’ è quella essenziale, da cui discendono tutte le altre. Dopo le elezioni italiane del 4 marzo 2018 la copertina de L’Unità Europea (nr.1/2018) richiamò plasticamente quel concetto, per indicare alle forze politiche italiane, specialmente a quelle che avevano vinto le elezioni (M5S e Lega), la prima scelta da compiere, quella decisiva. Purtroppo a quella domanda non fu data risposta allora: si creò così un governo perennemente ‘border line’ rispetto alla scelta fondamentale, quindi pericoloso sia per la posizione dell’Italia nel quadro dell’Unione sia perché non consentiva alla stessa Unione di avanzare su questioni cruciali (ad esempio, immigrazione), mostrando nei fatti che l’Unione non può procedere a ranghi ridotti o differenziati.

Le elezioni europee hanno costretto i partiti nazionali a fare questa scelta, con il M5S dentro e la Lega fuori dal campo europeo. Il “magnete europeo” ha, dunque, funzionato. Questa divaricazione si esplicita quando Salvini si rende conto che un Commissario italiano indicato dalla Lega sarebbe stato sicuramente bocciato dalla nuova maggioranza del Parlamento europeo.

Fu, dunque, palese che la Lega aveva perso le elezioni europee. E se perdi in Europa (dove si decide anche della politica nazionale) alla fine perdi in Italia. Per evitare una prospettiva di declino Salvini decide, quindi, di ‘rompere’ il governo, nella speranza di una vittoria sul terreno solo nazionale, per mettere poi in crisi l’Unione.

Per sua sfortuna (e nostra fortuna) l’Unione non è quella cosa burocratica e artificiosa che da anni la propaganda nazional-populista vuol far credere a cittadini abbandonati alla disinformazione e al deserto culturale-politico, bensì una costruzione politica democratica che si è andata consolidando nel tempo; pur ancora difettosa in campi essenziali per un’efficace azione di governo (fiscalità e sicurezza, in senso lato), è comunque dotata di poteri (in particolar modo a livello dell’Eurozona) tali da condizionare il comportamento di quegli Stati-membri che non rispettano le regole del gioco.

Non sappiamo ancora come finirà la crisi di governo in Italia, ma alcune considerazioni possono essere già fatte.

1) Dalle urne europee è uscita una maggioranza politica, decisa nel e dal Parlamento, non dai governi nazionali. Malgrado il tiro incrociato nell’ultimo anno sul metodo degli spitzenkandidaten (con il presidente francese in prima fila) alla fine la ‘sachlogik’ (la logica o la forza delle cose, per dirla con Walter Hallstein) ha prevalso. Se, infatti, i cittadini europei votano per eleggere un Parlamento - nel quadro di un’Unione che è già una comunità politica, perché i suoi organi (Consiglio, Parlamento e Commissione) sono politici, le sue attività sono politiche e i loro effetti sono politici - alla fine è chiaro il governo della Commissione deve basarsi su una propria maggioranza politica, che sono i parlamentari a determinare, non i governi. Così è stato, confermando, se non proprio nella forma, bensì nei fatti, la formazione di una volontà politica europea, rispetto alla quale il metodo degli spitzenkandidaten è puro strumento. Per il futuro il metodo va certamente migliorato e irrobustito, ma già ora ha mostrato di essere un dato acquisito nello sviluppo della democrazia europea.

2) L’obiettivo di Salvini era quello di destabilizzare l’Unione, condizione necessaria per prendere il potere in Italia. Ha provato a sfidare l’Unione, ma ha perso, perché la “maggioranza europea” si è immediatamente proposta come una pronta alternativa in Italia. Ciò significa che il potere europeo è un magnete, dunque è più forte di quello nazionale (e parliamo della terza economia dell’Unione, del secondo Paese manifatturiero). Successe già nel 2011 con Berlusconi al governo, ora con Salvini. Come allora, possiamo dire che è l’Europa che sconfigge chi porta uno stato-membro in rotta di collisione con le regole e la partecipazione all’Unione. Non è un sopruso, non è una violazione della sovranità nazionale, come dicono (e diranno) i nazionalisti. È, al contrario, l’affermazione del primato della democrazia europea (sovrannazionale) su quella nazionale, è l’affermazione del potere ‘unionista’ su quello ‘secessionista’.

3) Questa maggioranza europea ha bisogno di consolidarsi, sia per evitare che in futuro si possa presentare un nuovo pericolo, sia per rafforzare il primato dell’Unione su quegli Stati che non accettano ancora tutte le regole europee, ad esempio in materia di Stato di diritto (Paesi di Visegrad). Questo rafforzamento del potere europeo (la Commissione) non può che passare attraverso lo sviluppo di quelle politiche europee in cui si manifesta ancora una carenza di potere europeo. Concretamente: la politica migratoria, la politica per uno sviluppo sostenibile e quella per un sistema di sicurezza comune (difesa e politica estera).

Il Parlamento europeo può cominciare a rivendicare poteri e risorse per sviluppare queste politiche, stabilendo ad esempio le priorità del nuovo Quadro finanziario pluriennale, chiedendo che il Consiglio (dei Ministri) voti a maggioranza qualificata su fiscalità e sicurezza. La Commissione può elaborare e sviluppare le prime risposte in tal senso, dirottando le risorse finanziarie sulle politiche prioritarie e soprattutto attivando nuovi strumenti operativi (Agenzie federali) per gestire la politica migratoria e di sviluppo, come pure indicando tempi e modi per giungere alle prime forme dell’esercito “degli europei”, secondo l’indicazione della stessa Ursula von der Leyen.

L’Unione ha bisogno delle “politiche da fare” per rafforzare le proprie strutture istituzionali. Il potere federale che ancora manca in certi settori cruciali nasce proprio sviluppando queste politiche. Il potere nasce dalla lotta politica per la sua acquisizione.

Non dai Trattati, che si fanno dopo che il fatto di potere - che ne sostiene l’introduzione - si è già affermato nei fatti attraverso lo sviluppo delle politiche che lo determinano.

Tantomeno dall’azione dei governi nazionali, che operano nel contesto di un processo politico che vede già ben presente l’azione di istituzioni europee consolidate, quindi portate, per loro natura, ad aumentare il proprio potere nei campi di propria competenza.

Sono queste le vere interlocutrici di chi vuol portare a pieno compimento il processo federale europeo.

Fonte immagine: Wikipedia.

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