L’UNIONE EUROPEA E L’EMANCIPAZIONE DALLE TECNOLOGIE STATUNITENSI

, di Alessandro Carbone, Giuseppe Basile

L'UNIONE EUROPEA E L'EMANCIPAZIONE DALLE TECNOLOGIE STATUNITENSI
Foto di pressfoto da Freepik

“Quello di cui avete davvero bisogno è l’infrastruttura su cui tutto poggia, che non è vostra. E se l’infrastruttura vi si rivolta contro, siete fottuti”. Questo fu l’avvertimento lanciato nel 2024 da Meredith Whittaker, presidente della Signal Foundation, all’Europa [1].

Per molto tempo, l’Ue si è adagiata sull’infrastruttura digitale esterna, soprattutto statunitense, senza riuscire a creare un proprio settore digitale avanzato su larga scala. Lo testimonia il fatto che tra le prime dieci Big Tech per capitalizzazione, non figuri alcuna azienda europea.

Con l’attuale crisi dei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, è tornato in auge il tema dell’autonomia strategica dell’Ue, ovvero della sua capacità di agire in modo indipendente, senza timore di condizionamenti o ritorsioni esterne. Il tema del digitale è strettamente legato ad essa, in quanto la quasi totalità delle aziende private o delle Pubbliche Amministrazioni fa affidamento su servizi forniti da compagnie estere. Negli ultimi anni, le istituzioni europee si sono mosse per normare il trattamento dei dati tramite il GDPR. Tuttavia, la maggior parte delle aziende utilizzate sono estere; per esempio, circa il 90% dei servizi cloud usati in Europa sono erogati da compagnie statunitensi, e pertanto sono sottoposte al Cloud Act, una legge federale americana che consente alle autorità USA, attraverso specifici ordini giudiziari, di avere accesso ai dati conservati sui loro server, anche quando questi si trovano al di fuori del suolo nordamericano.

In risposta, l’Europa minaccia di ridurre la sua dipendenza dalle Big Tech statunitensi. Ne è un esempio la Francia, la quale entro il 2027 abbandonerà in tutti i settori della Pubblica Amministrazione l’app di telecomunicazioni Microsoft Teams per adottarne una nazionale. Similmente, la Germania ha vietato agli enti pubblici l’utilizzo di Microsoft 365 poiché è impossibile garantire la riservatezza dei dati rispetto alle autorità americane. Per evitare una perdita economica, le aziende statunitensi hanno messo sul piatto un nuovo modello di business detto “Cloud Sovrano”, il quale mira alla creazione di società ed holding a capitale sociale totalmente europeo che ricevono in licenza l’utilizzo delle tecnologie americane e che, almeno sulla carta, dovrebbe rendere nullo l’effetto del Cloud Act sui dati. Ne è un esempio AWS Sovereign Cloud, un cloud “indipendente” situato all’interno dell’Unione europea e gestito unicamente da cittadini Ue.

La realtà, però, è che non c’è alcuna certezza sul reale rispetto delle regole. Accettare questo nuovo modello equivarrebbe ad ammettere velatamente di essere totalmente dipendenti dagli USA. Un approccio sovrano andrebbe a garantire, invece, una sana interdipendenza. Oltretutto, la maggior parte delle PA (Germania, Belgio, Paesi Bassi, Italia…) per i prossimi anni rimarranno legate ai colossi americani in quanto attualmente non esistono soluzioni europee pienamente in grado di sostituirli. Nonostante i primi passi di facciata come quello francese o tedesco, la realtà è che il mondo del digitale è basato su una complessa infrastruttura che spazia dalle materie prime critiche alla costruzione di data center e l’Europa non ha ancora dei player abbastanza competitivi, su questi livelli, che possano fare grandi investimenti nel settore. In generale, si può riassumere la situazione UE nel seguente modo: “non si può regolare ciò che non produci” [2].

Questa frammentazione non riguarda solo il cloud, ma affligge l’intera infrastruttura digitale, come dimostra il settore delle telecomunicazioni. È il caso del Roaming e della policy europea “Roam Like at Home”. Già nel 2015 l’UE definì la strategia per il mercato unico digitale in Europa, ovvero una serie di misure mirate ad uniformare le norme per tutti gli operatori, con l’obiettivo di creare un vero mercato unico. A distanza di 11 anni, se da un lato il roaming europeo rappresenta un mercato unico per i consumatori, non vale lo stesso per l’infrastruttura, caratterizzata da mercati regionali frammentati che rendono difficile fare economia di scala per stanziare investimenti in innovazione ed infrastrutture proprie, dovendo fare così affidamento su forniture o protocolli spesso made in USA o made in China. Questo crea uno squilibrio nel potere contrattuale. Le grandi aziende tecnologiche hanno oggi risorse economiche, capacità di investimento e controllo tecnologico tali da renderle interlocutrici quasi inevitabili per Stati e Pubbliche Amministrazioni. Quando un’intera infrastruttura digitale dipende da pochi fornitori esterni, la possibilità di cambiare tecnologia o fornitore diventa estremamente costosa e complessa. Il rischio, quindi, non è uno scenario estremo in cui qualcuno “spegne” deliberatamente l’infrastruttura, ma una progressiva perdita di autonomia decisionale: scelte tecnologiche, economiche e persino politiche finiscono per essere condizionate dalla necessità di mantenere compatibilità con sistemi e piattaforme che non controlliamo.

In assenza di un vero mercato unico dei capitali, di big tech europee o di fondi di investimento sufficienti, la soluzione attuale più concreta per l’Europa è il modello Open Source, nel quale il codice sorgente viene reso pubblico e disponibile gratuitamente a chiunque. I vantaggi di tale modello sono molteplici: gli stati eviterebbero di pagare licenze alle aziende, ci sarebbe maggiore trasparenza sulla profilazione dei dati, e la tecnologia rimarrebbe in mano agli utenti. In questo campo, l’esempio per eccellenza è il sistema operativo open-source Linux, eseguito dal 100% dei 500 supercomputer più potenti al mondo, con percentuali di utilizzo che rimangono altissime anche sui server e sui servizi cloud. Concludendo, la frammentazione in 27 mercati digitali distinti non è solo un freno economico, ma una vulnerabilità sistemica che condanna l’Europa ad essere subalterna rispetto alle superpotenze del silicio. Se oggi l’UE arranca è perché le sue istituzioni, ancora ostaggio dei veti nazionali e dello scetticismo populista, mancano della velocità e dello spessore necessario per competere nello scenario globale.

Siamo di fronte a un bivio: restare una confederazione di stati che tenta di regolare le tecnologie altrui, o trasformarsi in una Federazione Europea capace di esprimere una politica industriale comune. La debolezza di Bruxelles non si cura con compromessi, ma con un’unione fiscale e politica che permetta di colmare il gap infrastrutturale, dalle terre rare ai datacenter. In attesa di questa svolta federale, la resistenza può e deve partire «dall’alto», ovvero dal codice sorgente. Sostituire il software proprietario con investimenti massicci nel mondo open-source non è solo una scelta tecnica, ma un atto democratico: significa riprendere il controllo dei dati dei cittadini e sottrarli alle logiche estrattive dei monopoli. Tale modello, a nostro parere, è l’unica attuale soluzione concreta per garantire un mondo digitale europeo trasparente e sovrano

Note

[1Whittaker, Meredith. «European Digital Sovereignty: From Hype to Reality.» Evento dell’European Policy Centre (EPC), 23 maggio 2024, Bruxelles. Intervento pubblico.

[2Roberto Baldoni, Senior Advisor per le politiche tecnologiche e di cybersicurezza dell’Ambasciata d’Italia a Washington

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