La cittadinanza europea non è in vendita!

, di Thomas Buttin, tradotto da Matteo Cadenazzi

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La cittadinanza europea non è in vendita!

Le famiglie saudite al-Muhaidib e al-Agil hanno acquistato 62 passaporti dalle autorità maltesi competenti. Questa pratica, che consiste nell’ottenere la nazionalità in cambio di denaro, senza alcun obbligo di residenza, è comune in diversi Paesi europei (Malta, Cipro, Lettonia, Spagna, Ungheria,), ma carica di conseguenze.

La cittadinanza dell’Unione si caratterizza come una componente della cittadinanza nazionale. Tale condizione di sovrapposizione per i cittadini è comunemente definita come una giustapposizione di statuti civili e civici di ordinamenti giuridici distinti, dal momento che «chiunque abbia la nazionalità di uno Stato membro » [1] dell’Unione europea (UE) è cittadino europeo. Non sostituisce la nazionalità, ma si aggiunge ad essa. Un approccio ambizioso della cittadinanza europea non può essere così fondato sul criterio di nazionalità, né su pratiche corrotte.

Il valore inestimabile di essere cittadini dell’Unione

La cittadinanza europea ha creato un legame tra individui e istituzioni. I diritti così accordati hanno fortemente accresciuto il valore di questo status: sia esso il valore esterno della cittadinanza, attraverso il passaporto europeo e la protezione diplomatica, oppure il valore etico e simbolico, mediante la costruzione progressiva di un’Europa politica e di una coesione sociale europea.

Vendendo il proprio passaporto per 650.000 euro agli stranieri non residenti, Malta intende approfittare di tali molteplici valori della cittadinanza. È dunque facile comprendere quali siano le conseguenze politiche e simboliche negative che ciò comporta. Concentriamoci innanzitutto sul diritto democratico fondamentale della cittadinanza: il diritto di voto alle elezioni europee e alle elezioni locali. Non si pone forse qualche problema nel momento in cui si vende il diritto di voto a persone straniere? Certamente, la cittadinanza non può essere riassunta nel voto. Essa indica innanzitutto l’obbligo di trattare allo stesso modo i membri di una comunità unita. Fare dello status di cittadinanza un prodotto commercializzabile abolisce la protezione ad vitam æternam che esso assicura.

Tutto questo è angosciante. In primo luogo, concedere lo status di cittadino a un individuo implica di accordargli dei diritti nell’insieme degli Stati membri dell’UE. In secondo luogo, tale condizione mostra una falla ricorrente delle istituzioni europee, che non possono, secondo quanto attualmente previsto dal diritto europeo, risolvere giuridicamente questa situazione. È pertanto necessario constatare lo snaturamento del progetto comune in atto ad opera degli stessi Stati membri, la rottura della fiducia reciproca che i governi si accordano.

È necessario un quadro europeo per armonizzare la concessione della nazionalità

La cittadinanza europea è uno dei principali risultati dell’integrazione europea. Tuttavia, tale sovrapposizione di cittadinanza è un concetto che è sia giuridico sia politico, in autonomia rispetto a quello della nazionalità. Questa dinamica costituzionale stabilisce un doppio livello di cittadinanza, una a livello europeo e l’altra a livello statale, che rimane contrastata. La definizione di cittadinanza rimane invariata nel Trattato di Lisbona, omissione fatta dall’inclusione dei diritti dei cittadini nella Carta dell’Unione. Il sentimento di appartenenza dell’individuo alla comunità europea deriverebbe così dall’esistenza di questi diritti effettivi, avvicinando l’Unione alla missione tradizionale dello Stato moderno teorizzata dal Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau.

Tuttavia, se la cittadinanza dell’Unione lega le persone all’ordine politico-giuridico europeo, le regole attribuite a questo status sono determinate unicamente dagli Stati membri nella piena sovranità. Senza derogare ai principi fondatori dell’UE, né al suo funzionamento, deve essere considerato un quadro europeo circa la concessione della nazionalità da parte delle autorità nazionali. Si tratta anche di rispettare scrupolosamente la ripartizione delle competenze, attraverso la sussidiarietà, e i valori europei iscritti nei trattati costituzionali. Le regole di attribuzione della cittadinanza nazionale non devono essere determinate unicamente dalle istituzioni europee: è sufficiente delimitare ciò che è autorizzato e ciò che è vietato nella sua concessione, poiché l’individuo coinvolto non diventerà unicamente cittadino di uno Stato, ma anche cittadino europeo.

I requisiti del diritto europeo devono essere rispettati. Già nel 1992, la sentenza Micheletti della Corte di giustizia aveva stabilito che gli Stati membri dovessero riconoscere la dimensione europea in un caso che concerneva un cittadino dalla doppia nazionalità, poiché un individuo non può essere privato dei benefici del diritto di cittadino europeo. Il giudice europeo può ergersi qui come difensore della costruzione europea, in particolare di fronte all’inerzia della Commissione, rimasta insensibile alle inquietudini del Parlamento europeo. Del resto, la giustizia europea ha avviato questi sviluppi precisando che le condizioni di concessione della nazionalità rientrano nelle competenze sovrane degli Stati, ma che il rispetto del diritto europeo in questo caso deve essere garantito. Se questa incursione del diritto dell’Unione nella sovranità nazionale pone la questione dei pericoli implicati dalla dipendenza della cittadinanza europea dalla nazionalità degli Stati membri, la questione si pone ancora oggi nell’immagine della recente controversia legata all’acquisto di passaporti maltesi da parte di cittadini sauditi.

Si deve avviare una seria riflessione europea, e, perché no, magari proprio nel contesto delle imminenti elezioni europee del maggio 2019. Il quadro delle norme per l’attribuzione della cittadinanza nazionale da parte del diritto europeo sembra essere una soluzione adeguata. Tuttavia, la vera sfida è trovare il modo di rilanciare il processo di integrazione attraverso l’Europa dei cittadini e, per esteso, lo status fondamentale che è la cittadinanza dell’Unione.

L’UE e i suoi cittadini devono reagire a tale acquisizione della cittadinanza attraverso un investimento. Dovrebbero protestare contro queste politiche che minano la solidarietà tra gli Stati membri, contro la rottura interna delle norme democratiche. I diritti conferiti dallo status di cittadino non dovrebbero mai diventare una merce come un’altra, dal momento che la cittadinanza europea suppone l’esistenza di un interesse per l’Unione e dipende dai legami dell’individuo con l’Europa e con gli Stati membri, o dai suoi legami personali con i cittadini europei. In quanto unione di democrazie, l’Unione deve preoccuparsi nel momento in cui la democrazia è corrotta dalla regola del denaro in uno dei suoi Stati membri. La vendita della cittadinanza è una forma di corruzione. La cittadinanza europea non è una merce. La cittadinanza europea non è in vendita!

Note

[1Articolo 20 §1 del Trattato sul funzionamento dell’UE.

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