La diffusa noncuranza dello Stato di diritto

, di Cesare Ceccato

La diffusa noncuranza dello Stato di diritto
«Goddess of Democracy», statua celebrante i valori della democrazia situata a Portsmouth Square, San Francisco, Stati Uniti d’America. San Francisco - Portsmouth Square - Goddess of Democracy (12.2010), Martin Haeusler, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/license...> , via Wikimedia Commons https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/89/San_Francisco_-_Portsmouth_Square_-_Goddess_of_Democracy_%2812.2010%29_-_panoramio.jpg

Posto come vincolo di accesso ai fondi europei, il rispetto dello Stato di diritto è stato oggetto di forti dibattiti negli ultimi mesi, specialmente in relazione al comportamento non in linea di Ungheria e Polonia. Nel trattare questo tema, non ci si può però limitare unicamente ai due membri del Gruppo di Visegrad.

Per la poetessa Emily Dickinson, novembre è la Norvegia dell’anno, un mese tipicamente freddo, silenzioso, calmo e poco entusiasmante che passa senza dare nell’occhio e accompagna il mondo verso gli ultimi giorni prima di una simbolica ripartenza. Per l’Unione europea, novembre 2020 è stato più simile al Messico, caldo, chiassoso, a tratti caotico, ma non ci si poteva aspettare altro dal mese in cui sarebbero stati regolati e approvati i mezzi attraverso cui rinvigorire un continente costretto in ginocchio da una pandemia.

Il Quadro Finanziario Pluriennale e il Next Generation EU sono stati tenuti in stallo per giorni da Orbán e Morawiecki, rispettivamente primo ministro ungherese e polacco, contrari alla risoluzione adottata dal Parlamento europeo prevedente la possibilità di bloccare l’accesso ai fondi europei ai Paesi che compissero gravi e reiterate violazioni dello Stato di diritto. I due leader più influenti nel Gruppo di Visegrad, ben consapevoli delle infrazioni commesse dai Paesi da loro rappresentati negli ultimi anni, hanno fatto enorme pressione all’interno del Consiglio Europeo e hanno ottenuto infine un compromesso, l’entrata in vigore delle norme a tutela dello Stato di diritto connesse con l’erogazione dei fondi dopo il vaglio della Corte di Giustizia e la validità delle stesse solo per le violazioni compiute dopo il 1° gennaio 2021.

Prima di chiederci in che contesto vengano commesse tali violazioni, e se Ungheria e Polonia siano gli unici Paesi in Europa a ignorare lo Stato di diritto o semplicemente quelli che fanno più notizia, poniamoci la domanda centrale: cos’è lo Stato di diritto?

Si tratta della terminologia con cui si indica il cappello posto a tre aspetti di tradizione costituzionale fondamentali per il corretto funzionamento di una qualsiasi struttura democratica: separazione dei poteri, libertà e diritti umani. A fare da colonna portante dello Stato di diritto sono la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ma non se ne priva nemmeno il Trattato sull’Unione Europea che, all’articolo 2, detta questo criterio nella maniera più esplicita e completa possibile, stabilendo tali valori fondanti come “comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

Una normativa tanto specifica e tanto ripresa nelle varie fonti del diritto dovrebbe essere chiara a tutti, invece sono plurimi gli aspetti prepotentemente calpestati dall’Ungheria di Viktor Orbán, passata dall’ignorare le regole comunitarie sulle procedure di riconoscimento della protezione internazionale e di rimpatrio dei migranti, per cui è stata recentemente condannata dalla Corte di giustizia europea, al mettere a repentaglio l’indipendenza della magistratura, dall’avere diffusi problemi di corruzione, al limitare i diritti della comunità LGBT+, nelle ultime settimane addirittura modificando la Costituzione con l’inserimento di un emendamento che, a conti fatti, nega alle persone transgender la possibilità di cambiare sesso. Non è da meno la Polonia dove, oltre ai giudici e agli omosessuali, questi ultimi ritenuti letteralmente “pericolosi” dal Presidente Andrzej Duda, sono messi a dura prova anche i giornalisti; la libertà di stampa a Varsavia è compromessa dall’entrata in scena della legge che pone i dirigenti di radio e televisioni pubbliche sotto la supervisione del Ministero del tesoro, che ha il potere di nominarli e licenziarli. Insomma, per sistemare gli elementi che assicurino democrazia e pari diritti in questi Paesi, servirebbe un lavoro duro e approfondito e, soprattutto, la volontà delle forze di maggioranza di stravolgere le leggi che loro stessi hanno proposto e approvato. Se esistano delle reali possibilità che la decisione delle istituzioni europee possa comportare un cambio di rotta nelle azioni di questi Paesi si scoprirà con il passare del tempo, ma i dubbi in merito sono più che legittimi.

Pensare che, siccome l’opposizione al meccanismo proposto a Strasburgo sia stata portata avanti dai soliti dissidenti, negli altri venticinque Stati membri non ci sia nemmeno uno scricchiolio sul tema sarebbe da utopisti. Spostiamoci in Croazia. L’ultimo Paese ad aver fatto il suo ingresso nell’Unione dovrebbe conoscere meglio di altri cosa significhi fuggire dalla guerra, sono passati meno di trent’anni da quando la Jugoslavia è stata campo di battaglia, generando un elevatissimo numero di profughi che hanno trovato rifugio tra America, Europa centrale e Paesi scandinavi. Eppure il trattamento che i politici croati stanno riserbando da settimane ai più di tremila migranti al confine con la Bosnia ed Erzegovina dà l’idea che ogni reminiscenza di spari, esplosioni, sangue, polvere, povertà e disperazione sia svanito completamente. Alle Nazioni Unite si è parlato di una vera catastrofe umanitaria, il rappresentante dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni in Bosnia, Peter Van der Auweraert, si è detto preoccupato delle condizioni in cui si trovano i migranti, al gelo, sotto la neve e senza riscaldamento, ma Zagabria non ha voluto sentire ragioni e ha voltato le spalle all’emergenza (ben prima di trovarsi costretta ad affrontare l’ennesima tragedia del maledetto 2020, il terremoto di Petrinja). Già la noncuranza delle istituzioni nei confronti del pessima situazione in cui si trovano oggi i profughi al confine è una violazione di quei diritti umani colonna dello Stato di diritto, aggravante è il modo con cui sono stati accolti quei quattrocento migranti che, disperati, hanno fatto illegalmente ingresso in Croazia, un pestaggio selvaggio messo in atto dalle forze dell’ordine e di sicurezza, osservabile in alcuni video pubblicati dal Border Violence Monitoring. Questo comportamento vergognoso si sarebbe già concretizzato più volte, Amnesty International parla di veri e propri casi di tortura, pratiche umilianti e violente assolutamente in contrasto con i dettami dell’Unione Europea e della civiltà.

Meno grave, ma comunque ancora lontana dall’essere perfettamente in linea con quanto stabilito nel Trattato, è la posizione dell’Italia. Preoccupano la Commissione europea i problemi di integrità del Consiglio Superiore della Magistratura, da cui nell’estate di quest’anno ben cinque membri si sono dimessi a seguito di un’indagine della Procura di Perugia sulla procedura che ha portato alla nomina di procuratori di alto livello, e l’indipendenza politica dei media italiani, ancora traballante sebbene siano passati quindici anni dalla segnalazione sul tema ad opera della Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa, vigilante sullo Stato di diritto. Sotto osservazione sono anche Francia e Spagna. La prima soprattutto per la discussa proposta di legge del partito La République En Marche, prevedente sanzioni, anche detentive, per chi diffonde immagini del volto di un componente delle forze dell’ordine durante un intervento “quando ciò metta in pericolo la sua integrità fisica o psicologica”, che sarebbe un colpo basso nei confronti della libertà di stampa. Il Paese iberico per la proposta dal Partito socialista e di Unidas Podemos di apportare delle modifiche al sistema che regola l’elezione di parte dei giudici del Consiglio generale del potere giudiziale, proposta che la Commissione europea teme politicizzerebbe ancora di più l’organo giudiziario.

Se anche tre dei Paesi più grandi e influenti dell’Unione Europea non riescono a dare il buon esempio, non deve sorprendere come poi il rispetto dello Stato di diritto scateni polemiche continue tra i membri, specialmente quando a esso sono legati i fondi per la ripartenza. Non deve nemmeno sorprendere che Stati come la Turchia, da anni speranzosa di fare il suo ingresso nel club di Bruxelles, non si adegui agli standard stabiliti e prosegua il ragionamento “se violano gli altri, perché non posso io?” senza la prontezza di rispondersi “per essere migliore”. Guardare a chi viola lo Stato di diritto per legittimare le proprie infrazioni è imbarazzante, specialmente quando non mancano figure che possono fungere da modello per correggerle, ne sono esempio gli assegnatari del Premio Sacharov, istituito dal Parlamento Europeo nel 1988 in onore dello scienziato e dissidente sovietico Andrej Sacharov allo scopo di premiare chi abbia combattuto per democrazia, libertà e diritti umani. Tra gli assegnatari si possono trovare Nelson Mandela, Malala Yousafzai, le Madri di Plaza de Mayo e, da quest’anno, la coraggiosa opposizione democratica in Bielorussia, simboli ben più attraenti dei Capi di Stato nemici dei valori europei.

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