La maschera collaborazionista del Caucaso

, di Cesare Ceccato

La maschera collaborazionista del Caucaso
Vertice trilaterale a Mosca tra il Presidente russo Vladimir Putin, il Presidente azero Ilham Aliyev e il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan President.az, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/license...> , via Wikimedia Commons

La guerra dell’Artsakh, che ha visto Armenia e Azerbaijan tornare alle armi lo scorso autunno, si è conclusa attraverso un accordo proposto dalla Federazione Russa. Ora nel Caucaso si collabora al fine di rendere la regione contesa all’avanguardia sotto ogni punto di vista. Ma tra Paesi senza potere decisionale ed esclusi d’eccellenza, la sensazione è che la partecipazione multilaterale non sia altro che una maschera dietro cui si nascondono le potenze più ricche e opprimenti.

È durato meno di due mesi l’ultimo round della guerra nella regione del Nagorno-Karabakh. La sera del 9 novembre 2020, quando l’Azerbaijan, forte di un esercito più numeroso e ricco, nonché di armamenti forniti da Turchia e Israele, aveva già riconquistato tutti i territori persi negli scontri degli anni ’90, è salita in cattedra la Russia con una proposta di armistizio: in cambio del definitivo cessate-il-fuoco, il Cremlino avrebbe riconosciuto il completo controllo dell’Azerbaijan sulle province a questo assoggettate e avrebbe stabilito sul territorio delle proprie forze di peacekeeping al fine di mantenere un clima sereno.

Il Presidente azero İlham Aliyev non ha esitato un secondo nel firmare il documento, più titubante è stato il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, ben consapevole del malcontento che si sarebbe generato nel Paese, ma costretto a sottoscrivere visto quanto accaduto sul campo di battaglia.

Ancora non è chiaro il motivo per cui Vladimir Putin non sia intervenuto prima della detta data, specialmente considerando i frequenti e pacifici rapporti con l’Armenia; c’è chi crede che, pure per un colosso come la Russia, la gestione contemporanea di una guerra e di una pandemia non fosse conciliabile, un’altra tesi, molto supportata a Erevan, capitale armena, è quella che si tratti di una vendetta personale dell’ex KGB contro le politiche adottate da Pashinyan, su tutte, quelle di apertura verso le comunità rappresentate dalla bandiera arcobaleno. Neppure si comprende il mancato contributo del Gruppo di Minsk, appositamente creato dalla Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa nel 1995 al fine di mediare tra i due Paesi caucasici in lite e dell’Unione Europea, i cui contatti con Armenia e Azerbaijan negli ultimi anni sono stati frequenti e collaborativi (con i primi, tra l’altro, l’Unione ha ratificato nel mese di febbraio uno storico Partnership Agreement che li avvicina agli standard europei sul campo della giustizia, dell’economia e della lotta alla crisi climatica).

In ogni caso, tardi è meglio che mai, e l’abbandono delle armi ha fatto sperare il mondo in un freno alla crisi tra Armenia e Azerbaijan. La speranza è l’ultima a morire, ma non è immortale. Infatti, non è passato molto prima che il clima si scaldasse nuovamente. È datata 7 gennaio 2021 la stoccata del Presidente Aliyev verso il Ministro degli Esteri armeno, colpevole di aver fatto visita a Step’anakert, capitale dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh. “Il pugno di ferro rimane al suo posto, o queste provocatorie visite finiscono, o l’Armenia se ne pentirà ancora di più" ha detto il Presidente azero, “tutte le visite in Nagorno-Karabakh di qualsiasi cittadino straniero e di qualsiasi organizzazione internazionale, eccetto la Croce Rossa, devono obbligatoriamente passare il vaglio di Baku”. Un’imposizione traducibile con un “casa mia, regole mie”.

Di quella casa, il Nagorno-Karabakh, nello specifico le province di Nakhchivan, Karvachar e Akna, non sarà però lo sgabuzzino come tanti pensavano, i progetti azeri per la “terra di mezzo” sono molto ambiziosi. Nel corso di una videoconferenza con i membri del Governo dedicata ai risultati del 2020 e ai progetti del 2021, in cui non ha mancato di lodare il Corridoio meridionale del gas completato il 31 dicembre con il compimento della celeberrima TAP, Aliyev ha dedicato parecchio spazio al Nagorno; il Presidente ha espresso il desiderio che la terra conquistata diventi locomotiva della forte produttività agricola azera, motivo per cui intende eseguire lavori di irrigazione attraverso i più moderni sistemi, e si è detto certo che, inoltre, possa diventare un esempio globale come zona di energia verde, dichiarazione clamorosa se si pensa che l’Azerbaijan deve la sua ricchezza ai pozzi di petrolio sul territorio, pozzi che sono, ovviamente, prima fonte si sostentamento del Paese. Non finisce qui, Aliyev ha parlato anche di progetti stradali, di cui alcuni già avviati, di gallerie per affrontare la complessità del rilievo, di ferrovie e di moderni aeroporti internazionali in cui possa operare AZAL, compagnia aerea di bandiera azera. Secondo il Capo di Stato, la regione del Karabakh può essere di enorme utilità per il trasporto delle merci e, allo stesso tempo, il fiore all’occhiello del Paese per quanto riguarda una nuova forma di turismo. “Creeremo un paradiso nel Karabakh” è quello che ha affermato Aliyev poco prima di volare a Mosca per un vertice trilaterale con Vladimir Putin e Nikol Pashinyan.

Esattamente, il 10 gennaio, i tre leader si sono riuniti per discutere degli investimenti che l’Azerbaijan è pronto a fare nelle aree riconquistate. Pashinyan si è trovato a essere poco più di uno spettatore nel dialogo tra Aliyev e Putin, sì, le strade e le ferrovie progettate nel Karabakh collegherebbero il Paese di cui è Presidente ad Azerbaijan, Russia, Iran e Turchia, ma la dipendenza economia dalla Russia non ha potuto permettergli di avere voce in capitolo. Sul tema delle ferrovie poi, è bene sapere che quelle armene appartengono alla Federazione Russa fin dal 2010, quando l’azienda di Erevan non ha più potuto permettersi la manutenzione delle stesse e ha dovuto cederne la gestione al gruppo Ferrovie del Sud Caucaso. Insomma, la collaborazione volta a dare nuovo vigore alla terra di Artsakh, sebbene non richiesta dagli stessi abitanti, avviene esclusivamente tra Russia e Azerbaijan, l’Armenia è costretta a subire le loro decisioni e a dichiarare la medesima posizione delle due potenze. Dunque, quando è uscita la notizia che sarebbe stato un gruppo di lavoro sotto la presidenza congiunta azero-armena a pianificare il ripristino e la costruzione delle comunicazioni ferroviarie e stradali nel Karabakh, tra le righe, vi era ben marcata la firma della Russia che fa dell’Armenia il suo portanome in questa fragile situazione. Il 30 gennaio, sempre nella capitale russa, si è tenuto un nuovo vertice, nessuna novità, sono state affrontate le stesse questioni, si è svolto con il medesimo procedimento.

Se da un lato appare positivo che l’Artsakh, da campo di battaglia che era fino a fine 2020, sia diventato soggetto di progetti importanti che lo renderebbero uno dei territori più avanzati del Caucaso, dall’altro è inconcepibile come non sia stata minimamente presa in considerazione l’opinione degli stessi abitanti, ma, d’altronde, appare che il Caucaso ormai sia in mano ai pochi Stati ricchi che ne decidono il da farsi.

Pace e indipendenza richieste dalla Repubblica de facto difficilmente saranno barattate con investimenti a lungo termine, per quanto sviluppati e proficui, innanzitutto per i caduti e i feriti che la guerra ha portato e che non resteranno altro che dissidenti, nemici della Patria, per conto dell’Azerbaijan, poi per le limitazioni dei contatti tra le istituzioni dell’Armenia e quelle dell’Artsakh che, temendo una ripresa degli scontri, il Paese controllante continuerà ad accentuare, e ancora, se trovassero fondamenta le accuse di violazioni dei diritti umani da parte dei militari azeri nei confronti dei civili karabakhi presentate dagli ufficiali armeni alla CEDU negli scorsi giorni.

In concreto, le ultime notizie giunte dal Karabakh vedono del Presidente, Arayik Harutyunyan, che, dopo aver ristrutturato il suo Governo, sembra pronto a lasciare la poltrona. Secondo gli analisti, il candidato più papabile a prenderne il posto è Vitaliy Balasanyan, consigliere per la sicurezza nazionale, veterano della prima guerra con l’Azerbaigian, stretto alleato degli ex presidenti armeni Serzh Sargsyan e Robert Kocharyan, e tutt’altro che entusiasta della decisione di Pashinyan di ratificare l’accordo proposto da Putin. Una persona il cui vocabolario non sembra includere il termine “arrendevolezza” e che, mentre la pseudo-collaborazione trilaterale continua, potrebbe provare a trovare alleati esterni seriamente interessati a ristabilire democrazia e serenità nelle prossimità del Mar Caspio.

Lo farà? Ci riuscirà? E soprattutto, a chi chiederà? Questo è difficile da prevedere, ma con certezza si può affermare che, come la guerra e come la situazione attuale, anche l’ipotesi dell’intromissione di altre potenze non potrà che rivelarsi problematica.

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