La PAC e l’ambiente: nemici giurati?

, di Courrier d’Europe - Made in Sorbonne, Saioa Azpirotz, tradotto da Sara Pasciuto

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La PAC e l'ambiente: nemici giurati?

Dopo aver raggiunto il suo obiettivo iniziale (l’autosufficienza alimentare in Europa) la PAC deve adattarsi alle nuove sfide economiche, ambientali e sociali. Dal 2013, l’UE ha dato la priorità a un profondo cambiamento del suo assetto.

La sopravvivenza della PAC dipende dalla sua capacità di adattarsi a questa nuova realtà. È necessario creare una politica di interesse comune che abbia come nuove priorità temi quali la sicurezza alimentare, la protezione delle risorse naturali, il cambiamento climatico e uno sviluppo rurale che garantisca al contempo il mantenimento dei posti di lavoro. Dopo tutto la PAC non è più un tema destinato esclusivamente all’attenzione di governi e agricoltori, bensì una questione riguardante la società nella sua interezza. Per comprendere meglio questa nuova direzione, è necessario prestare attenzione alle riforme recentemente promosse dall’UE, così da poter fare chiarezza sulle questioni principali e tracciare un quadro generale maggiormente esaustivo.

Le questioni ambientali nella PAC

Il gruppo PAC 2013 ha proposto, nelle parole di Bernard Cressin, direttore scientifico del WWF, “un nuovo contratto sociale con la PAC. Un mondo con contadini da nord a sud e pratiche sostenibili da sostituire a pratiche industriali che schiacciano le persone e distruggono l’ambiente”. Da anni il fenomeno del riscaldamento globale porta a catastrofi naturali che colpiscono il pianeta. La qualità dell’acqua, la protezione della biodiversità e dei paesaggi, la lotta contro le inondazioni, l’erosione e la vulnerabilità dei suoli sono obiettivi prioritari che sono alla base della volontà di preservare un’agricoltura sostenibile. È così che questione ambientale è diventata un tema chiave nella sfera politica e la PAC non fa eccezione.

La riforma del 2014: verso un “inverdimento” della PAC

In seguito a un’indagine del 2009 che ha rivelato l’insoddisfazione dei cittadini per il modo in cui la PAC risponde alle questioni ambientali, nel 2014 è iniziato un processo di “inverdimento” della PAC. Da questa riforma è nato il pagamento “verde” (pagamento per le pratiche agricole benefiche per il clima e l’ambiente) che consiste in un aiuto per finanziare la produzione di beni pubblici ambientali. La diversificazione è stata introdotta anche durante questa riforma del 2014, che sostituisce l’obbligo di rotazione delle colture. I suoi obiettivi sono di limitare la monocoltura e introdurre la rotazione delle colture per promuovere la lotta naturale contro le malattie e le erbe infestanti. L’area di interesse ecologico mira a mantenere e sviluppare strutture agroecologiche. L’elenco delle riforme include anche la preservazione degli elementi paesaggistici. Infine, l’ultima misura di inverdimento è quella relativa al mantenimento dei prati permanenti, che richiede che la proporzione della superficie a prato permanente in relazione alla superficie agricola totale non diminuisca di oltre il 5%.

Dall’inverdimento al greenwashing?

Tuttavia, nonostante queste iniziative per riformare la PAC, le organizzazioni non governative si sono lamentate molto, accusandola di greenwashing, ovvero di utilizzare la difesa dell’ambiente a fini di marketing. Inoltre, le misure di inverdimento sono state oggetto di una relazione della Corte dei conti da cui risulta queste non hanno avuto alcun beneficio per l’ambiente. Il rapporto mostra che c’è stata una diminuzione delle esigenze ambientali iniziali, ad esempio nel caso della diversificazione, dal momento che questa misura esclude solo le aziende agricole di dimensioni inferiori a tre ettari. Nel complesso, questo rapporto ha evidenziato una logica di intervento incompleta, non sufficientemente ambiziosa dal punto di vista ambientale. Secondo gli esperti, il pagamento “verde” rimane una semplice misura di sostegno al reddito. Inoltre, la natura debole di queste misure non ha consentito un cambiamento nelle pratiche agricole. Ciò significa che il 76% di tutte le aziende agricole europee non sono soggette a inverdimento a causa delle loro dimensioni e di altre eccezioni.

La riforma del 2020: il nuovo “inverdimento”, tutt’altro che perfetto

Molti cittadini, tramite varie piattaforme di proposta, hanno notato la mancanza di risultati da questo primo intervento di riforma. Tuttavia, questo costituisce un primo passo verso una riforma successiva, quella del 2020: l’idea è di proporre soluzioni locali diversificate più appropriate piuttosto che misure uniformi e di favorire misure orientate al risultato ambientale anziché misure a sostegno dell’impegno sul medio termine. La Commissione ha quindi concesso agli Stati membri un maggiore margine di manovra nella definizione dei loro obiettivi. Gli Stati membri saranno responsabili dell’elaborazione dei propri piani strategici nazionali che saranno presentati alla Commissione per la valutazione. Tuttavia, questo sistema ha attirato molte critiche. Diversi sindacati agricoli hanno sottolineato il fatto che ogni Stato membro può avere obiettivi divergenti, che possono a loro volta portare a distorsioni della concorrenza agricola nel mercato unico. Inoltre, le autorità regionali dovranno investire di più per controllare adeguatamente l’attività agricola. Infine, resta il rischio dell’avvento di un’Europa a diverse “velocità”: alcuni stati avranno più ambizioni ambientali di altri.

Un bilancio della riforma del 2020

Tra i risultati positivi c’è l’inverdimento, che rappresenta il vero e proprio motore del budget europeo del primo pilastro, in quanto ammonta al trenta per cento del suo totale. Questo intervento costituisce anche la prima dimostrazione della volontà di migliorare la struttura dei beni pubblici ambientali. Infine, questo ha in una certa misura gettato le basi per la costruzione di un modello per il futuro più rispettoso dell’ambiente.

Quanto agli elementi negativi, i risultati iniziali non hanno avuto molta efficacia a causa dei negoziati in seno al Consiglio dei ministri e al Parlamento europeo. Inoltre, alcuni escamotage a queste misure hanno permesso a molti agricoltori di sfuggire ai requisiti dell’inverdimento. Infine, essendo le misure troppo uniformi, l’intervento non si è dimostrato adatto alle esigenze e ai limiti locali. In questa prospettiva, è interessante interrogarsi sull’incoerenza latente di questo modello che da un lato continua a favorire alcune forme di agricoltura intensiva e dall’altro cerca di porre rimedio agli effetti nocivi sull’ambiente causati da questa pratica. Vediamo quindi che c’è ancora molta strada da fare per la PAC, soprattutto per quanto riguarda l’obiettivo di renderla più reattiva alle attuali sfide ambientali.

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