La Strategia di Sicurezza nazionale degli Stati Uniti è quello che serve per un’Europa attendista

, di Carlotta Paladino

La Strategia di Sicurezza nazionale degli Stati Uniti è quello che serve per un'Europa attendista
Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il suo vice, JD Vance, via Wikimedia Commons

Il nuovo documento sulla Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti formalizza una svolta già avviata nel secondo mandato di Donald Trump, segnando una rottura profonda con il multilateralismo e con le relazioni transatlantiche tradizionali. Washington promuove apertamente forze “patriottiche” europee e condiziona il proprio impegno nella NATO a un maggiore onere europeo. Di fronte a questo scenario, la risposta non può che essere un rilancio dell’integrazione e di una vera difesa comune europea, fino a un’Europa federale.

Il nuovo documento sulla Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti (National Security Strategy - NSS) pubblicato nelle scorse settimane costituisce la formalizzazione di una postura che Washington ha deciso di assumere verso l’Europa dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump. Questo però non significa che non bisogna conferire il giusto peso e attenzione ad un documento ufficiale che, senza lasciare nulla al caso, cambia gli equilibri internazionali ma soprattutto mette l’Europa di fronte a sé stessa.

Se confrontato con la Strategia del 2017 - quella elaborata durante la prima amministrazione Trump - vi sono degli elementi di continuità che sicuramente confermano il cambiamento che il Presidente degli Stati Uniti sta continuando ad imprimere nel campo della politica e delle relazioni internazionali. Primo fra tutti il cosiddetto principled realism, che si traduce in particolare nell’abbandono del multilateralismo e della centralità delle relazioni transatlantiche, il quale inoltre impone che “la strategia sia guidata dai risultati e non dall’ideologia” e che “la pace, la sicurezza e la prosperità dipendono da nazioni sovrane e forti” [1]. Il principled realism giustifica quindi il paradigma dell’amministrazione trumpiana in politica estera dell’”America first”. L’altro pilastro della precedente Strategia era il ritorno della competizione tra grandi potenze: da un lato quella statunitense e dall’altro due attori macroregionali, Russia e Cina.

Ciò che risulta particolarmente significativo è come la nuova Strategia rilegga questo punto in modo radicalmente diverso: lo spazio dedicato alla Russia come soggetto in contrapposizione a Washington è praticamente scomparso. Infatti, nella prima versione si affermava chiaramente: “La Russia sta utilizzando misure sovversive per indebolire la credibilità dell’impegno dell’America verso l’Europa, minare l’unità transatlantica e indebolire le istituzioni e i governi europei. Con le sue invasioni della Georgia e dell’Ucraina, la Russia ha dimostrato la propria volontà di violare la sovranità degli Stati della regione, continuando inoltre ad intimidire i suoi vicini attraverso comportamenti minacciosi, come il ricorso alla postura nucleare e il dispiegamento avanzato di capacità offensive” [2]. La nuova NSS presenta invece un quadro completamente diverso: non solo non contiene più questo tipo di riferimenti, ma menziona la Russia unicamente nel paragrafo dedicato alla politica verso l’Unione Europea. E anche in questo contesto, l’unica priorità indicata per l’azione americana è il ristabilimento di condizioni di stabilità strategica tra Russia e Unione Europea [3], che diventa così l’orizzonte esclusivo entro cui si intende il coinvolgimento statunitense nelle questioni tra i due attori.

Peraltro, nella Strategia 2025 la priorità e il focus sembra essere tornato con forza sul Western Hemisphere che è infatti la prima regione che viene trattata nel documento e a cui si dedica ampio spazio, arrivando addirittura ad enunciare il corollario Trump alla Dottrina Monroe. Quest’ultima prende il nome dal Presidente degli Stati Uniti, James Monroe, che nel 1823 in un suo discorso affermò - attraverso la celebre espressione “l’America agli Americani” - che qualsiasi intromissione di potenze straniere negli affari politici del continente americano sarebbe stata considerata come ostile agli Stati Uniti, riferendosi chiaramente alle ingerenze dei Paesi europei nell’area. Nel corollario Trumpiano - che è a sua volta una revisione del corollario di Theodore Roosevelt, artefice dell’imperialismo statunitense nella regione - si chiarisce invece, senza mezzi termini, che solo gli USA hanno il diritto di intervenire laddove pensano che i loro interessi siano a rischio, e che nessun altro possa farlo al posto loro.

Ciò che ha posto questo documento così al centro del dibattito pubblico degli ultimi giorni è la definitiva rottura delle relazioni transatlantiche per come le abbiamo conosciute fino ad ora, non presente nella Strategia del 2017. Non si tratta di certo di un colpo di scena inatteso dato che sono stati diversi gli episodi e le scelte prese dall’amministrazione Trump che hanno reso queste esternazioni prevedibili. Lo si è visto con l’umiliazione pubblica nei confronti del Presidente ucraino Zelensky nello Studio Ovale, con la politica dei dazi che ha colpito duramente anche e soprattutto l’Unione Europea. Ma forse il preludio vero e proprio di quello che leggiamo in questa Strategia è stato il discorso senza precedenti di J.D Vance alla Conferenza di Monaco di febbraio 2025, quando il vice-presidente ha dichiarato di fronte ai leader europei increduli: “La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. È la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali.

In particolare, i valori fondamentali a cui Vance fa riferimento sono il free speech e il rispetto dei risultati delle elezioni (alludendo alla decisione presa in Romania di annullare l’esito delle elezioni che avevano visto prevalere il candidato filorusso). Le stesse critiche ricompaiono nella nuova NSS di Trump, secondo cui, di fronte alla presunta decadenza europea, il compito americano è promuovere la European Greatness (appendice del Make America Great Again). Questo obiettivo è perseguibile solo affrontando i problemi che graverebbero oggi sugli Stati europei: l’esistenza dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minerebbero la libertà politica e la sovranità, politiche migratorie che starebbero trasformando il continente generando tensioni, la censura della libertà di espressione e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali e della fiducia in sé stessi [4].

L’elemento più dirompente è l’esplicita ingerenza nella politica interna dei Paesi europei, così sintetizzata: “Gli Stati Uniti incoraggiano i loro alleati politici in Europa a promuovere questa rinascita dello spirito e la crescente influenza dei partiti europei patriottici” [5]. Un’affermazione in totale contraddizione con il costante richiamo alla necessità di garantire il ritorno della sovranità politica entro i confini nazionali, ma che proprio per questo è anche la migliore chiave di lettura della dottrina Trump: l’imperialismo senza maschere, secondo cui gli Stati Uniti considereranno alleati (o meglio vassalli) solo quei Paesi governati da leader e partiti allineati alle posizioni del Presidente americano.

L’Unione europea è inoltre messa sotto pressione anche sul fronte della difesa. Sebbene la richiesta di maggiore partecipazione ai bilanci della NATO fosse già stata avanzata nella strategia del 2017 (e prima ancora nella NSS di Obama del 2010, secondo l’ottica del cosiddetto burden sharing con gli alleati), oggi questa richiesta costituisce la condizione sine qua non per la continuazione dell’impegno statunitense nell’Alleanza Atlantica. Tra le priorità dell’azione politica nei confronti del Vecchio continente rientra però anche l’obiettivo di “rendere gli europei capaci di prendere primaria responsabilità per la loro propria difesa” [6], che costituisce l’unico punto che l’Europa stessa dovrebbe assumere come priorità verso la realizzazione di una vera difesa comune.

Di fronte a tutto ciò, che fare? Sarebbe sicuramente più comodo incolpare Donald Trump per tutto quello che dice e fa, ma questo vorrebbe dire essere miopi o, peggio ancora, rifiutarsi di ammettere una verità scomoda: siamo stati noi europei a creare le condizioni per questo scenario. La difficile situazione in cui ci troviamo oggi è il risultato diretto delle scelte che abbiamo fatto: governi sovranisti al Consiglio europeo, un Parlamento europeo spostato a destra, rappresentanti politici che noi cittadini abbiamo eletto credendo che lo slogan “il mio paese first” potesse salvarci dai problemi da cui ci sentiamo schiacciati. Perché non provare l’altra strada, che qualunque cosa se ne dica, non è mai stata percorsa davvero. Quella che ci permetta di ritrovare il senso del progetto di integrazione europea, di lavorare per una difesa comune, di agire quotidianamente con l’obiettivo della costruzione di un’Europa federale.

Non è ideologia o mancanza di realismo, tutt’altro. Utopico e anacronistico è pensare di trovare le risposte alle sfide sovranazionali che esistono in un mondo sempre più connotato da ostilità, all’interno dei nostri confini nazionali, dividendoci. È fondamentale ribadire con forza che la costruzione di un‘unione politica non significa cedere sovranità in favore di un organismo sovranazionale, ma condividerla. Ed è proprio questa condivisione a renderci più forti, responsabili del futuro della nostra regione e capaci di confrontarci alla pari con gli altri attori globali. In questo risiede la nostra speranza di essere liberi. Se noi europei non ne faremo una questione di necessità, di essere o non essere, nei prossimi anni non vi sarà molto altro di cui parlare e su cui agire.

Forse, alla fine, il più grande merito che potremo riconoscere a Donald Trump è proprio questo: aver scosso la barca su cui galleggiamo da troppo tempo, averci messo di fronte a noi stessi e alle nostre enormi fragilità. Ma non possiamo permetterci di mancare questo appuntamento con la storia.

Note

[1Trump, National Security Strategy 2017, p.1

[2Ibidem, p.47

[3Trump, National Security Strategy 2025, p.25

[4Ibidem

[5Ibidem, p.26

[6Ibidem, 27

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