Continua la nostra rubrica concentrata sui diritti linguistici e sulle lingue in Europa

La traduzione, lingua d’Europa

, di Silvia Pozzoli

La traduzione, lingua d'Europa
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I dati socio-demografici riportati dall’Eurobarometro mostrano come l’Italia non sia ancora completamente convinta dell’indiscussa positività dell’essere membro dell’Unione Europea. Ad oggi, siamo il paese con la percentuale più bassa in questo senso. Nonostante le diverse politiche messe in atto ogni giorno dal parlamento europeo per colmare questo divario, molti popoli degli Stati membri ancora non si sentono cittadini europei. Una soluzione, allora, potrebbe risiedere nell’andare a insistere sull’incremento del senso di appartenenza a una comune cittadinanza europea, così da accrescere la fiducia nelle istituzioni europee il che a sua volta porterebbe conseguentemente ad un maggior incremento della democrazia a livello comunitario.

Siamo perfettamente coscienti, ed è stato ampiamente illustrato e ribadito nei precedenti articoli di questa rubrica dedicata al rapporto tra le lingue e l’UE, che la lingua è uno degli elementi cardine per la costruzione di un’identità, soprattutto quando ci si riferisce ad un’identità nazionale. Fin dal Rinascimento, infatti, si è percepita l’impellenza di avere una lingua unica parlata in tutto un dato territorio per poter riunirsi e riconoscersi in una precisa omogeneità culturale. Si è sviluppato quindi il principio delle monarchie nazionali: “uno stato-una nazione-una lingua” (De Mauro, 2014) valido anche se lo si interpreta al contrario: molti sono gli esempi di popoli che hanno sentito, e che tuttora sentono, il bisogno di riconoscersi come “a sé” in virtù della diversità della lingua da loro parlata in una determinata zona geografica.

L’Unione Europea stessa è nata d’altronde da una serie di fattori unificanti del medesimo ordine. Fattori storici, certamente, ma anche, e forse in maggior misura, di ordine culturale. Questo corso degli eventi si è esplicato non esclusivamente attraverso processi di natura filologica e linguistica, ma sovente, attraverso politiche linguistiche. Basti pensare alla scelta di adottare il medesimo alfabeto per lingue diverse, scelta mossa dalla volontà di agevolare gli scambi, di qualsivoglia ordine, tra lingue e lingue, tra Stato e Stato (De Mauro, 2014).

La domanda che dunque si pone è: è davvero necessario che vi sia una sola lingua per tutti i cittadini dell’Unione per far accrescere in quest’ultimi il senso di identità europea? Si ha davvero questo bisogno di ripararsi sotto l’egida della lingua unica per poter sentirci più europei? Logicamente è auspicabile l’esistenza in futuro di una lingua comprensibile a tutti i cittadini degli Stati membri: alcuni dei linguisti più affermati hanno sostenuto, giustificandole, delle posizioni positive in tal senso, proponendo volta volta una lingua diversa come la più adatta allo scopo, si veda la proposta della lingua inglese da parte di Tullio de Mauro o quella della lingua francese da parte di Jean-Claude Hagège. Ma la domanda resta: la lingua unica è davvero la conditio sine qua non da porre per un’Europa più solida, democratica e federale?

Già nell’articolo precedente, Mariasophia Falcone aveva illustrato chiaramente come il raggiungimento di un’unica lingua franca europea non sia un processo così scontato e, forse, nemmeno così strettamente necessario per il raggiungimento di un’identità comune a livello europeo. Non deve stupire se questo dibattito in merito al destino delle diverse lingue parlate in Europa sia ancora oggi particolarmente acceso: il multilinguismo ha sempre suscitato sia reazioni negative, come nel già citato caso della mitica torre di Babele, in cui la diversità linguistica rappresenta una condanna divina, sia reazioni positive, come nel caso dell’egiziano inno ad Aton e in quello del donum linguarum della Pentecoste, entrambi visti come benedizioni ricevute dal Divino. Al di là di questa fin troppo riduttiva divisione manichea multilinguismo uguale bene vs multilinguismo uguale male, ciò che si deve sempre tenere a mente è quello che già sosteneva il padre della linguistica moderna, Ferdinand de Saussure nel XIX secolo, ossia che la lingua non è un qualcosa di statico, calato dal cielo, una sorta di scienza infusa già presente in ciascuno di noi, ma ben al contrario, si tratta di un elemento estremamente dinamico che deve essere considerato e analizzato nella sua evoluzione senza sosta. Di conseguenza, l’italiano che parliamo oggi è logicamente un italiano diverso, una lingua diversa quindi, da quella che parlavano i nostri avi. Ogni lingua possiede allora quello che il già citato De Mauro definisce “il seme della differenza” a far sì che un dato codice linguistico sia, e debba sempre essere, in continuo cambiamento, e il linguista ricorda ai difensori della fantomatica purezza della lingua che proprio alle innovazioni linguistiche introdotte dal parlato quotidiano, dai progressi in campo scientifico e culturale o insomma da un generale attraversamento delle frontiere, si sono ispirati i padri della nostra lingua.

Come può allora il multilinguismo difendersi dai numerosi attacchi a lui rivolti? La risposta che questo articolo si propone di offrire è la difesa attraverso la traduzione. Cerchiamo allora di comprendere meglio cosa si intende per traduzione, che ovviamente non è, come troppo spesso viene intesa, un mero strumento per arrivare da un punto A ad un punto B.

La semiologa e psicanalista Julia Kristeva nel corso delle sue ricerche si sofferma sovente sul trinomio étranger-traducteur-écrivain, notando come questi sostantivi siano profondamente legati da un invisibile, ma estremamente solido, fil rouge. Chi è lo straniero? Immediatamente, si fa coincidere lo straniero con colui che non parla la nostra lingua. D’altronde fin dalla scuola primaria ci insegnano che i barbari che distrussero l’Impero Romano venivano chiamati così perché erano coloro che balbettavano, cioè coloro che non parlavano la lingua latina, la lingua ufficiale dell’impero. Lo straniero, quindi, deve esprimersi in un’altra lingua e questo rappresenta per lui una sorta di tragedia poiché l’essere umano, in virtù della sua natura di animale politico, come lo descriveva Aristotele nella sua Politica, abbisogna di poter comunicare con i suoi simili per unirsi a loro e formare così una comunità. Quando questa facoltà viene lui meno si innesca questo tragico senso di spaesamento e abbandono. Da qui, la nota formula Traduzione-Tradimento. Ma, prosegue la Kristeva, attraverso lo strumento della traduzione lo straniero può arrivare a quella che può essere definita come una sorta di rinascita, una nuova speranza e una nuova identità: la famiglia d’origine con la lingua materna continua ad essere presente sostenendolo e la nuova comunità, con la sua “nuova” lingua, lo adotta offrendogli la possibilità di allargare i propri orizzonti e arricchirsi culturalmente.

Ecco allora che la temuta perdita della lingua madre (perciò di una precisa identità) alacremente denunciata quando si ha modo di entrare in contatto con “lo straniero” e la sua lingua, non ha dunque ragione d’essere: in un mondo globalizzato e iperconnesso non sono gli attraversamenti delle frontiere a portare la lingua madre alla cancrena, ma la strenua difesa e l’eccessiva chiusura al diverso. Il linguista statunitense Benjamin Lee Whorf, come riporta anche Silvia Lai nel suo articolo, sosteneva l’esistenza di un sostrato linguistico, una sorta di lingua comune a tutte quelle europee, definita ‘’Standard average european’’, risultato della somma di elementi genetici grammaticali e acquisizioni storiche e ancora, già nel XIX secolo Leopardi nello Zibaldone parlava di una ‘’piccola lingua’’ universale che accomunava tutte le lingue europee quando si parlava di letteratura, filosofia e politica (Leopardi, a cura di Giuseppe Pacella, 1991). Possiamo allora con questi due ultimi riferimenti rassicurare i timorosi sopracitati, a dimostrazione del fatto di come la traduzione, in realtà, non ci ponga di fronte ad un aut aut linguistico, una scelta obbligata tra tale o tal altra identità, bensì ci sfida a una partita da giocare sulla frontiera della diversità (Eco, 2003). E non è un’operazione da poco, bensì, sostiene la Kristeva, si tratta dell’antidoto alla banalizzazione degli spiriti e dei codici linguistici, provocati, in nome di una paradossale rivendicazione dell’autenticità identitaria dai vari nazionalismi miopi.

È proprio questa condizione di apertura che ci offre la traduzione il tratto che maggiormente caratterizza la ricchezza del multilinguismo europeo ed è per questo che si propone l’espressione di Julia Kristeva “traduzione, lingua dell’Europa”. (Kristeva, intervento “l’amour de l’autre langue” presso la Biblioteca nazionale di Francia) Si termina questo breve con le parole di De Mauro: “il multilinguismo, dunque, non è né un programma né un’utopia, è un tratto distintivo oggettivo della realtà geopolitica europea, un tratto che esiste da secoli e che occorre avere sempre ben presente […] non è solo un tratto geopolitico, è un tratto storico-politico.” ribadendo ancora una volta che la questione linguistica non può essere esclusa quando ci si pone l’obiettivo di un’Europa federale e democratica, poiché si tratta di una questione che riguarda i popoli stessi, il vero cuore pulsante dell’UE.

Bibliografia

De Mauro, T. (2014).In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia?. Laterza.

Hagège, C. (1992). Le souffle de la langue: voies et destins des parlers d’Europe. Odile Jacob.

Whorf, B. L. (1956). The relation of habitual thought and behavior to language. Language, thought, and reality: Selected writings of Benjamin Lee Whorf, 134-159.

Giacomo, L., & Giuseppe, P. (1991). Zibaldone di pensieri. Garzanti.

Eco, U. (2003). Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione. Mondolibri.

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