La via della seta e l’Europa

, di Piero Angelo Lazzari

La via della seta e l'Europa

Il presidente cinese Xi Jinping, con un massiccio dispiegamento di ministri, alti funzionari ed aziende di Stato, è sbarcato in Italia, la seconda economia manifatturiera d’Europa e hub strategico per l’interscambio commerciale marittimo.

Dopo l’espansione in Africa (come tre anni prima, a settembre 2018 la Cina ha rinnovato lo stanziamento di ulteriori 60 miliardi di nuovi finanziamenti), la presa in possesso del porto del Pireo in Grecia, Pechino porta avanti il suo programma di integrazione della nuova “Via della Seta”, la rotta commerciale, sia marina che terrestre che dalla Cina viaggia verso l’Occidente.

Lo “sbarco” cinese in Italia è un passaggio strategico per la Cina per il consolidamento della propria leadership sullo scacchiere della globalizzazione.

Che la globalizzazione (più propriamente globalizzazioni: energetica, produttiva, commerciale e finanziaria), sia irreversibile e che non sia possibile annullarla è evidente … il presidente Xi Jinping non è venuto nel nostro “bel Paese” per turismo. Ciò che è possibile fare è cercare di influenzarla, in altri termini, quello che è possibile è condizionare i rapporti commerciali.

Ma a questo punto sorgono alcune domande, che potrebbero risolversi in altrettante preoccupazioni, può il nostro Paese, in tutta la sua attuale fragilità economica sedersi al tavolo con il colosso asiatico pensando di essere su un piano di parità?

Non dimentichiamo che, al di là di trascinanti aspettative di breve periodo per il nostro Paese, i “tempi” per la Cina fanno parte di un disegno strategico decennale con l’obiettivo di ben più remunerativi ritorni economici. Teniamo conto che, per quanto riguarda la bilancia commerciale, l’Italia registra un deficit del 5,1% … un debito destinato a crescere nel momento in cui la Cina dovesse svolgere un ruolo egemone sul continente europeo. Se poi dovesse farsi largo l’ipotesi di acquisto del “debito pubblico italiano” da parte della Cina, è conseguente che il nostro Paese verrebbe a trovarsi legato a doppia corda sia sotto il profilo economico che politico.

Il prossimo 9 aprile il Presidente della Commissione europea Juncker, il Presidente francese Macron e la Cancelliera tedesca Merkel incontreranno il presidente cinese. Che significato ha l’essersi smarcati anticipatamente rispetto ad un appuntamento che, se preventivamente e congiuntamente concordato, con ben altra voce e forza economico-politica i Paesi leader europei - compresa l’Italia - avrebbero potuto affermare la loro posizione per inserirsi nel contesto di una trattativa commerciale tra gli Stati Uniti e Cina, in cui l’Europa non intende essere un semplice spettatore.

No, il Governo italiano, anche a costo di indebolire complessivamente la posizione europea, pensa di giocare una “sua partita”, con quel modo di fare miope e proprio di chi pensa di governare con scelte dettate dalle emotività di una permanente “campagna elettorale”.

L’Europa è un mercato economico che vanta un PIL che è oltre un quinto di quello mondiale, pesa per il 35% per cento del totale dell’export mondiale di beni e servizi e per il 20 per cento del valore aggiunto manifatturiero. Un mercato particolarmente “appetitoso” per la Cina che, in una prospettiva di medio termine, per poter mantenere gli attuali livelli di crescita ha necessità di alternative rispetto al proprio mercato interno. L’alternativa è rappresentata dal l’Europa che, con i suoi 500 milioni di consumatori, è la più grande area economica del pianeta dove merci e persone possono circolare liberamente.

L’Europa è sotto attacco. Se non si vuole che l’Europa si sgretoli, perda la propria identità economica e politica, diventi un’area geografica asservita alla globalizzazione e ai suoi Paesi egemoni, deve riscoprire il proprio orgoglio, la sua unità, il proprio ruolo. Lo si può fare con un’Europa federale e con Istituzioni europee sovranazionali abilitate a definire una strategia politica economica unitaria tra i Paesi dell’Eurozona.

Articolo diffuso anche su La Provincia Pavese.

Fonte immagine: Wikimedia.

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