Lucia Bruni: un cuore e una bici per (ri)unire l’Europa.

, di Anita Bernacchia

Lucia Bruni: un cuore e una bici per (ri)unire l'Europa.

È sotto gli occhi di tutti che oggi, in Europa come altrove, assistiamo a un progressivo sminuimento dei valori e delle libertà che caratterizzano le nostre democrazie. Alle volte si tratta di veri e propri attentati a tali valori, che ci riportano indietro del tempo, a periodi difficili e conflittuali della storia europea che vorremmo tutti dimenticare. Per porre rimedio a tali fenomeni, purtroppo sempre più frequenti, è necessario ricordare che siamo membri di un’Unione di Stati europei con una storia comune, un percorso cronologico condiviso che fonda la nostra identità, e che questa storia si rispecchia concretamente in luoghi visibili, che si possono vedere e toccare con mano.

Quale modo migliore per comprendere questo percorso che partire per un viaggio verso i luoghi della storia dell’Europa, che hanno segnato il continente nel bene e nel male?

“Il mio cuore per il cuore della UE”. Questo il nome del progetto di Lucia Bruni, giornalista, esploratrice, formatrice bolognese con la passione della bicicletta, ma soprattutto europeista convinta. Nell’anno in cui si sono celebrati i 60 anni dai Trattati di Roma, che hanno dato vita al nucleo originario della nostra Unione europea, Lucia si è messa in marcia, o meglio in bici, per andare a scoprire i luoghi e le città legate ad essi e alle Istituzioni europee, coprendo 2000 chilometri da Roma a Bruxelles, il cuore dell’Europa, appunto. Il suo viaggio ha incluso tappe come Roma, il Brennero, la regione della Ruhr, Strasburgo, Lussemburgo e Maastricht. Scendendo dalla sella, ha incontrato esponenti istituzionali e associazioni come lei appassionati di Europa, nello specifico “un’Europa giusta, coesa, attenta alla tutela dell’ambiente, accogliente ed inclusiva”.

“Dalla sella della bici si vede e si può andare lontano in senso geografico e simbolico”, recita il sito del progetto.

Proprio di geografia e di simboli abbiamo parlato con Lucia qui a Bruxelles, il giorno dopo il suo arrivo. Luogo d’eccezione dell’intervista, la grande esplanade davanti all’edificio del Parlamento europeo intitolato ad Altiero Spinelli.

Ciao Lucia, siamo qui a Bruxelles davanti al Parlamento europeo e tu sei appena arrivata da un lungo viaggio. Ci vuoi raccontare del viaggio? Come mai hai deciso di farlo?

Certo. Il mio viaggio è cominciato il 19 giugno, sono partita da Piazza del Campidoglio a Roma perché in quel luogo, nel marzo del 1957, sono stati firmati i Trattati di Roma che hanno completato la triade delle Comunità europee originarie, dando inizio all’avventura dell’integrazione europea. Ho deciso di fare questo viaggio perché nei mesi scorsi ci sono state un po’ di manifestazioni di debolezza nel panorama europeo rispetto alle motivazioni, alle visioni di questo percorso, in cui invece io credo. Credo che sia importante ricordarlo, ricordare i motivi per cui è iniziato. Ricordiamo che è nato dopo la seconda guerra mondiale, dopo decenni in cui l’Europa era sconvolta da guerre continue, quando si è deciso di dare una svolta diversa alle relazioni tra gli stati e tra i popoli. Grazie a questo, noi abbiamo avuto settant’anni di pace in Europa, cosa non da dimenticare, perché il resto del mondo non gode di periodi così lunghi di pace tra le nazioni. Quindi credo che sia importante ricordare le ragioni di allora, ma anche e soprattutto riscoprire quelle di oggi, perché anche oggi ci sono sfide molto importanti, alcune sotto i nostri occhi, altre meno e che richiedono una cooperazione tra i popoli. Ecco perché ho deciso di partire in bici, che è un mezzo di trasporto che a me piace molto. Ho la passione della bici e ci vado spesso, per me è sia un hobby che uno sport, trovo che aiuti molto a conoscere i posti dove si va, a conoscere le persone, a entrare in contatto con i luoghi che si visitano. Inoltre, trovo che sia anche evocativa dal punto di vista simbolico: è il mezzo in cui sei sia il passeggero che il motore. Quindi simboleggia il fatto che, per andare avanti, bisogna metterci del proprio. È stata questa la ragione che mi ha spinto a fare questo viaggio da Roma a Bruxelles in bicicletta.

Il progetto si chiama “Il mio cuore per il cuore della UE”.

Esatto.

Anche il cuore è un po’ il simbolo di questo viaggio.

Sì, il cuore, il mio cuore inteso in senso sia letterale che metaforico. Il cuore come organo è il motore del corpo, dei muscoli, ma è anche la mia passione, le mie emozioni, motivazioni e ideali messi al servizio di questo cuore dell’Europa. Parlo sia di un cuore che esiste, ovvero i suoi core values, valori chiave, sia di un cuore che si deve un po’ riscoprire, allargare, approfondire nei suoi valori e ideali ed estenderli anche ad altri. I valori chiave dell’Europa, infatti, hanno bisogno di essere condivisi, non tenuti per noi. La libertà, la democrazia di cui godiamo e speriamo di godere ancora a lungo non possono essere tenuti solo per noi, perché sono beni indivisibili: o si condividono o non esistono più.

Sei partita da Roma il 19 giugno, dopo sedici giorni sei arrivata a Bruxelles. Forse con un giorno d’anticipo?

Ho dovuto fermarmi un giorno a Lussemburgo per il cattivo tempo. Quindi ho tagliato un paio di tappe olandesi perché sarei stata in ritardo sulla tabella di marcia. Come città dei Trattati, in Olanda sono passata solo da Maastricht, quindi sono arrivata il 4 luglio sera, anziché il 5. Qui a Bruxelles ho avuto una bella accoglienza dall’Ufficio della Regione Emilia-Romagna e anche delle altre regioni che lavorano nello stesso palazzo. È stato un bel momento di incontro e di condivisione sul mio progetto e sulle attività che loro portano avanti qui.

Durante il viaggio hai incontrato dei sostenitori? È stato un viaggio in solitaria oppure c’è stato qualcuno che ti ha assistito ogni tanto, nelle varie tappe?

Entrambe le cose. Ho avuto dei tratti, specie in Italia, di grande sostegno e partecipazione, soprattutto in alcune tappe a Bologna con il mio gruppo ciclistico, che mi è venuto a prendere in Toscana e mi ha accompagnato fino a Verona. Sono venuti a incontrarmi il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che ha dato il patrocinio a questo progetto. Anche a Verona un’amica della FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta), che mi ha accompagnata per un tratto. A Trento ho avuto una persona che fin dall’inizio mi ha appoggiato con tutte le sue forze, membro del Movimento Federalista Europeo da una vita e anche di FIAB, che si è molto speso e ha trovato qualcuno che mi accompagnasse fino alla tappa del Sudtirolo. Io gli dicevo di non preoccuparsi, invece è stato fondamentale, perché in Sudtirolo ho trovato il temporale, e se fossi stata da sola sarei stata veramente nei guai. Insomma, non so se sarei riuscita ad arrivare alla tappa di quella sera. Quindi fino a quel punto sono stata molto sostenuta. Dopo quella tappa non ho avuto molti contatti con persone conosciute. Questo fino in Lussemburgo, dove ho incontrato degli amici di Dario Vassallo, presidente della Fondazione Vassallo, che ha dato anch’essa il patrocinio a questo progetto. Queste persone mi hanno accolto e portato a visitare la Corte di Giustizia dell’Unione europea, dove ho incontrato il giudice Perillo, un anziano signore molto simpatico, con cui abbiamo chiacchierato sul ruolo della Corte nel portare il diritto e i diritti europei in mano ai cittadini, non solo ai governi e agli Stati. Poi, qui a Bruxelles, ho incontrato varie altre persone, amici vecchi e nuovi, tra cui alcuni membri della sezione belga dei Giovani Federalisti Europei, come Alessandro Zunino, Sebastiano Putoto e Anita Bernacchia.

Portare il diritto nelle mani dei cittadini. Quando ci siamo incontrate hai parlato anche di portare la storia europea, i monumenti europei “in mano” ai cittadini, in particolare più vicini a bambini e ragazzi. È essenziale far conoscere ai bambini la storia europea come se fosse quella del loro paese. Quanto è importante questo viaggio per realizzare questo obiettivo, hai dei progetti in mente?

Rispetto a viaggi in bici che tessano trame e relazioni, ho sicuramente un’aspirazione, da vedere quanto fattibile, per il bacino del Mediterraneo che è un luogo cruciale per i destini dell’Europa, come sempre, ma oggi ancora di più. Poi, pedalando nelle zone del Nord Europa dove si è combattuto durante le guerre, la linea Sigfrido, le Ardenne, poi nelle città che portano un nome francese e uno tedesco, dove si parlano due o tre lingue, passate da una parte e dall’altra nel corso dei decenni e che portano i segni visibili dei conflitti, mi sono resa conta di come esse siano diventate delle vere e proprie faglie della storia europea. Quindi penso che sia un’occasione da sfruttare. L’ho sperimentato io e voglio proporre di portare bambini e ragazzi di vari stati europei a riscoprire le origini di questo progetto, organizzare degli incontri reciproci, conoscersi, dare un volto a nomi di posti che magari si leggono sui libri, come Schengen, Maastricht e scoprire che sono anche posti belli e interessanti.

Quanto ci è voluto per organizzare questo viaggio? Immagino ci sia dietro molta preparazione.

Ci son voluti diversi mesi. Ho iniziato a pensarci a fine gennaio. I mesi successivi sono stati tutti un po’ pieni, sia per la preparazione dell’attrezzatura, perché ho dovuto pensare a tutto quello che riguardava la bici, i bagagli e la tecnologia che mi serviva, prevedere gli attrezzi in caso di bisogno o di danni alla bici. Quindi l’aspetto tecnico e materiale, la mia preparazione fisica, l’allenamento, cercare di arrivare alla partenza in condizioni di salute il più possibile stabili. Infine l’organizzazione delle tappe del percorso, delle soste, degli incontri, dei contenuti di cui riempire questo “contenitore”, che era pensato per essere aperto anche ai contributi di altri, invitarli a scrivere, raccontare, mettere foto su quello che rappresenta per loro l’Europa, le ragioni per cui questo progetto è importante e da sostenere.

Hai incontrato persone che sull’Europa la pensano come te, oppure anche resistenze?

Ho incontrato opinioni diverse, più o meno convinte, e più o meno tiepide. Ho incontrato anche molte persone che mi hanno detto “bellissimo, io sono un europeista convinto, questo progetto mi piace un sacco”. E allora ho pensato “ma allora gli europeisti ci sono!”. Ebbene, vengano allo scoperto, perché in questo momento ce n’è bisogno, sennò le sirene che sentiremo saranno solo quelle che dicono che l’Europa è brutta e cattiva, burocratica, ci schiaccia…

Hai in progetto altri viaggi del genere, pensi che sia un’esperienza da ripetere?

Sicuramente ogni viaggio è un patrimonio per quello successivo. Si imparano cose nuove, si mettono in deposito per il viaggio che verrà. Questo è il mio terzo o quarto viaggio in bici abbastanza lungo, ogni volta ho aggiunto qualcosa, quindi sicuramente continuerò a farlo. È una mia passione e mi piace molto il tema del viaggio, inteso come viaggio-studio, ovvero coniugare la bici con l’incontro, la ricerca storica e così via.

Riempe il cuore di gioia constatare che esistono appassionati e promotori di Europa e di Unione europea come Lucia Bruni. Speriamo di seguirla anche in altri progetti futuri, che contribuiscano non solo a preservare gli ideali europei, ma anche a dar loro nuova linfa.

Intervista condotta in italiano - pubblicata originariamente su InsidEU © Anita Bernacchia, Bruxelles, luglio 2017

Fonte immagine: versione originale dell’articolo.

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