Millennials e politica, la scossa dei sottovalutati

, di Cesare Ceccato

Millennials e politica, la scossa dei sottovalutati

Nascosta, ignorata, spesso ridicolizzata e poco presa sul serio, quella dei Millennials (e dei Post-millennials) è una generazione che i nati prima del crollo del Muro di Berlino faticano a comprendere, specialmente quando si parla di politica. I giovani d’oggi non sono senza valori, semplicemente ne hanno di nuovi, ma se li si sminuisce continuamente, potrebbero non riuscire mai davvero a esprimerli.

Si può avere tutto e, allo stesso tempo, non avere niente? Sì, se si fa parte delle generazioni Millennial e Post-Millennial. Nati tra il finire degli anni ’80 e i primi anni 2000, i ragazzi di oggi sono cresciuti insieme ai nuovi mezzi tecnologici e si sono subito adattati al loro funzionamento, creando una sorta di inspiegabile invidia, mista a pigrizia, in tanti adulti taccianti i propri figli di essere troppo lontani dalla realtà. Frase fatta. Grazie a smartphone, tablet, social, ventenni e trentenni sono ben consci di cosa accade intorno a loro, trovandosi bombardati di notizie a ogni ora del giorno dalle fonti più disparate, essi sanno delle poche prospettive di carriera che si pongono loro davanti, dell’età pensionabile che avanza sempre di più, della più complicata burocrazia che si sia mai vista, del progresso a rilento degli Stati del primo mondo. Per questo, e per gli avvenimenti che hanno caratterizzato la loro vita finora, l’approccio dei Millennial alla politica è solido e ben determinato, ma risulta strano a tanti osservatori.

Ci sono quelli schifati dalla politica, quelli che, vista la crisi del 2008, sentito delle guerre in Iraq e Afghanistan e letto degli scandali che hanno coinvolto esponenti di spicco della classe dirigente, non sopportano l’argomento e se ne tengono a distanza. Quelli disinteressati, una minoranza, a dire la verità, che prende per buono ciò che sente nella propria cerchia familiare e sostiene tali idee, sebbene non a spada tratta. Gli interessati, ma esterni, che conoscono l’importanza del tema, pensano al bene comune, ma prima ancora al bene personale, per cui si informano (la maggior parte delle volte per mezzo di siti web imparziali e non commentati) sono in vista di avvenimenti importanti quali le elezioni. Infine ci sono quelli che sperano, credono, pretendono, sognatori convinti che il cambiamento possa avvenire, che ordine e progresso non siano utopie, che le crisi possano essere sconfitte e che concetti onorevoli come la meritocrazia possano prevalere. La generazione precedente, quella dei Boomers, è arrivata all’età adulta in una situazione molto diversa, con un clima più sereno contraddistinto dalla veloce ricostruzione post-bellica, più certezze e meno strumenti per preoccuparsi di ciò che li circondava in gioventù. Tale situazione ha fatto sì che la loro propensione politica derivasse in gran parte da famiglia e luogo di nascita, è questo che rende un tale rompicapo il dibattito politico tra tanti genitori e figli, questo e il cambiamento dei valori.

Siccome gli stessi Boomers, nel periodo di formazione, non erano più rappresentati da quel “Dio, Patria, famiglia” classico del nazi-fascismo, ma da un più attuale “lavoro, consumo, indipendenza”, non dovrebbero essere sorpresi che, con il cambiamento dei tempi e con una nuova generazione, le parole chiave si siano rinnovate. I Millennials possono essere classificati sotto il cappello “idee, speranza, internazionalità”. Quest’ultimo principio è la vera novità, oggi i ragazzi, non solo sono molto più simili da zona a zona dello stesso Stato, ma anche tra Paesi diversi; la facilità con cui possono reperire musica, libri, film e serie TV, con cui possono mettersi in contatto con forum, social e videogiochi, con cui possono viaggiare o associarsi, li porta ad aprire la loro mente verso altre culture e le loro orecchie a voci provenienti da altri Paesi. Quello che una quindicenne svedese è riuscita a fare nel 2018, non era riuscito a una tredicenne canadese nel 1992, la battaglia di Greta Thunberg e di Severn Cullis-Suzuki era, ed è, sostanzialmente la stessa, quella volta a fermare il surriscaldamento globale. Gli strumenti e l’internazionalità che contraddistinguono i ragazzi dei nuovi anni ’10 e ’20 hanno portato alla nascita del Fridays for Future, movimento che coinvolge milioni di persone in tutto il mondo; Cullis-Suzuki si fece ascoltare dalle Nazioni Unite, ma, evidentemente, l’eco non raggiunse i suoi coetanei, o, magari, trovò le loro orecchie rivolte da un’altra parte.

Il motto della stessa Thunberg è quello che dà vigore alle ambizioni dei giovani, nessuno è troppo piccolo per fare la differenza. Lo sa bene Alexandria Ocasio-Cortez, nata nel 1989, eletta al Congresso degli Stati Uniti a ventinove anni, Mark Zuckerberg, del 1984, e Evan Spiegel, del 1990, fondatori, rispettivamente, di Facebook e Snapchat, entrambi a vent’anni, Skrillex, sempre del 1990, e Billie Eilish, del 2001, self-made artists che hanno raggiunto il successo da adolescenti. Non si tratta di un nuovo American Dream, ma dell’idea che si possano raggiungere giganteschi obiettivi restando sé stessi, tenendo fede alle proprie convinzioni e non cedendo a compromessi. In Europa, il più grande modello è Sanna Marin, il Primo ministro finlandese, classe 1985, con alle spalle un’infanzia tutt’altro che semplice, segnata dalle difficoltà economiche e dall’alcolismo del padre, dice di essere entrata in politica per influenzare il modo in cui la società vede i suoi cittadini e i loro diritti. Con parole, cervello, carisma e le migliori intenzioni di una quasi trentacinquenne a cui piace pensare per il popolo, ci sta riuscendo, avendo conquistato consensi e sostegno non solo dal Paese scandinavo.

L’incredulità davanti a chi sostiene l’esistenza di una grande fetta di under 35 fiduciosi e con voglia di fare è sostenuta dalla bassissima rappresentanza che i giovani hanno nei palazzi di potere. Se nel Parlamento finlandese, da cui è uscita la già citata Marin, quasi il 50% dei seggi è occupato da trentenni (la più giovane, Iiris Suomela, ha da qualche mese compiuto 26 anni), lo stesso non si può dire per i più grandi Stati dell’Unione Europea. Il Bundestag tedesco si fa sì pregio di cinquantacinque deputati sotto la soglia dei 35 anni, ma di questi solo sei sono nati negli anni ’90, va un po’ meglio alla Camera dei deputati italiana, con dodici rappresentanti nati allo scadere dello scorso secolo e all’Assemblée Nationale francese, che ne presenta quattordici. La percentuale è spaventosamente scarsa, soprattutto se rapportata al numero di coetanei candidati e di Parlamentari che hanno superato il terzo, se non il quarto, mandato. Al Parlamento europeo, l’età media dei rappresentanti non raggiunge i 50 anni, gran merito va nuovamente ai Paesi nordici, alla Danimarca si deve la presenza di Kira Peter-Hansen, ventunenne al momento della sua elezione.

La generazione spesso sottovalutata perché nei momenti che hanno segnato la storia ancora non c’era o era troppo piccola per capire, perché facile da incolpare e perché i citati dati non la favoriscono, in concreto ha dimostrato di poter dare una scossa. Sbilanciandosi, si potrebbe dire che questi Millennials con la testa tra le nuvole, ma con i piedi che mai abbandonano il terreno, possono fare da esempio agli adulti di oggi, purché questi li lascino sognare e non li conducano all’arrendevolezza. Un monito arriva da Roberto Benigni, l’attore Premio Oscar nel 1999, seppur in un altro contesto, nel 2010 disse una frase che si applica benissimo a questo tema: “se ci chiudono la porta dei sogni, siamo già morti”.

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