Parità di genere: una responsabilità dell’Unione Europea?

, di Maryse Lhommet, tradotto da Martina Pizzi

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Parità di genere: una responsabilità dell'Unione Europea?
Immagine : Mathieu CUGNOT / © European Union 2019 - Source : EP

Soffocata dall’emergenza Covid-19, la notizia è passata in sordina. Eppure, il 5 marzo 2020, la Commissione europea ha presentato una strategia quinquennale per la parità tra donne e uomini. Sebbene su scala mondiale la condizione delle donne europee sembri essere qualitativamente la migliore, la realtà è molto più complessa.

Pubblicati dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), i risultati dell’Indice sull’uguaglianza di genere rivelano che la situazione in materia non è ancora ben definita. Nel 2019 infatti, si è raggiunto un livello di 67,4 punti su 100, un miglioramento di soli 5,4 punti rispetto al 2005.

Un lento avanzamento che varia a seconda dei settori. Il rapporto dell’EIGE dimostra che gli ambienti in cui le disuguaglianze di genere sono particolarmente marcate sono la politica e gli organi di governo. Secondo i dati, inoltre, la maternità continua ad avere un impatto negativo sulla carriera femminile. Di fronte all’evidenza di questa disuguaglianza, la Commissione europea ha avanzato diverse proposte; tuttavia, non tutte sarebbero applicabili, né tantomeno efficaci.

La parità di genere, una competenza europea

La parità tra donne e uomini non è più un argomento politico secondario, anzi: è talmente importante da essere presente anche al momento della creazione della comunità europea. Infatti, a partire dal trattato di Roma del 1957, essa è un valore fondamentale dell’Unione europea stessa. Il trattato stabilisce infatti il principio della parità di retribuzione a parità di lavoro, riportato oggi nell’articolo 157 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Il campo di intervento dell’Unione europea (UE) in materia è trasversale, e riguarda tutte le politiche europee. L’UE può, infatti, adottare degli atti legislativi mirati alla lotta contro le discriminazioni di genere. Tra questi ricordiamo la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 2000, divenuta giuridicamente vincolante a partire dal 2007, che contiene i diritti essenziali riconosciuti ai cittadini europei e che rappresenta di fatto una nuova base per le rivendicazioni delle donne europee.

Tra le sue pagine si legge che “La parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione”. Sebbene l’UE abbia già adottato varie disposizioni in quest’ambito, quella che ha avuto il maggior successo mediatico è stata la direttiva sull’equilibrio tra la vita professionale e la vita privata del 2019. Tale direttiva, intrapresa dalla Commissione europea, ha un duplice obiettivo: prima di tutto il raggiungimento di un’equa ripartizione dei compiti all’interno del nucleo famigliare, e poi il coinvolgimento dei padri nell’educazione dei figli grazie al congedo di paternità e al congedo parentale - permessi che, peraltro, garantiscono alle madri una più rapida ripresa dell’attività lavorativa.

La nuova Commissione europea non intende apporre alcuna modifica a queste misure, anzi: la strategia quinquennale lanciata il 5 marzo vuole esserne un’estensione. Essa dovrà “garantire che la Commissione europea adotti una prospettiva paritaria in tutti i campi d’azione dell’Unione europea”, e, per farlo, si pone vari traguardi: “mettere fine alla violenza e agli stereotipi sessisti; garantire la parità di partecipazione e di opportunità sul mercato del lavoro, compresa la parità retributiva; e raggiungere un equilibrio tra donne e uomini nei processi decisionali e in politica”. Concretamente, questa nuova strategia promette di integrare la prospettiva di genere in tutte le politiche dell’UE grazie all’intervento di una task force di esperti guidata da Helena Dalli, commissaria all’Uguaglianza. La Commissione europea ha già annunciato di voler estendere le sfere di criminalità in cui è possibile introdurre forme specifiche di violenza sessista e sessuale (che includono le molestie sessuali, i maltrattamenti e le mutilazioni genitali).

È stata avviata, inoltre, una consultazione pubblica al fine di elaborare una direttiva sulla trasparenza retributiva tra i generi e incoraggiare, attraverso dei finanziamenti e la condivisione delle migliori prassi, la partecipazione delle donne alla vita politica (specialmente in vista delle elezioni europee del 2024). Per fare da esempio, la Commissione europea stessa si è impegnata a ricercare un equilibrio di genere del 50% in tutti i livelli dirigenziali entro la fine del 2024.

Un segnale forte per una profonda trasformazione delle mentalità

La nomina a presidente della Commissione europea conferita a Ursula von der Leyen e l’inserimento di 13 commissarie su un totale di 27 rappresenta in sé non solo un grande progresso, ma anche un forte segnale per altre istituzioni come il Parlamento europeo, nel quale le donne, nel 2017, pur rappresentando il 59% del personale, erano sempre sottorappresentate ai livelli decisionali poiché ne ricoprivano solo il 15,4%.

Di fatto, la promessa della Commissione europea di ottenere un organico paritario entro la fine del 2024 è una tappa indispensabile per una maggiore efficacia delle politiche europee sulla parità di genere. Anche il Parlamento europeo si è attivato attraverso varie soluzioni: introdotte nel 2018, la prevenzione e la lotta contro le molestie e le violenze sessuali sul lavoro, nei luoghi pubblici e nella vita politica europea si sono trasformate, l’anno successivo, in misure concrete per assicurare la parità dei sessi e migliorare la situazione all’interno delle istituzioni sia a livello politico che a livello amministrativo.

La strategia proposta dalla von der Leyen vuole mettere in luce una volontà politica che non riguarda solo il Parlamento europeo.

Un ambiente politico e istituzionale in mano agli uomini

Le misure sopra elencate, tuttavia, dovranno sicuramente scontrarsi con una resistenza interna ed esterna. Quella interna riguarderà la task force stessa, poiché, sebbene sia stata istituita per garantire una maggiore attenzione alla dimensione dei generi nelle politiche pubbliche, è stata elaborata, votata e messa in pratica da uomini. Le cifre sono particolarmente eloquenti, visto e considerato che si tratta delle istituzioni finanziarie dell’UE. Dal 2019 in poi, infatti, tutte le cariche di alta responsabilità finanziaria che si sono liberate sono state destinate agli uomini. Alla Banca centrale europea, per esempio, nel febbraio 2018, lo spagnolo Luis de Guindos è stato nominato vicepresidente, e Andrea Enria è diventato presidente del consiglio di sorveglianza. Insieme a loro, José Manuel Campa è stato nominato al vertice dell’autorità bancaria europea (EBA).

Ormai non restano che due donne nelle cariche più alte delle istituzioni finanziarie: la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, e Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della BCE. Purtroppo, non si può dire che la presenza delle donne all’interno delle istituzioni sia il riflesso di una sempre maggiore attenzione alla disparità di genere: la scarsa presenza di membri femminili all’interno della BCE è un elemento drammatico per la parità dei sessi in Europa, poiché essa è l’istituzione che definisce la politica monetaria dei paesi della zona euro e che si occupa non solo della della stabilità dei prezzi ma anche della stabilità del valore dell’euro. Le scelte politiche della BCE condizionano direttamente la fattibilità di tutte le altre politiche europee.

Inoltre, è interessante osservare che il presidente della BCE viene nominato dai capi di stato e di governo della zona euro - che sono quasi tutti uomini. Ed è altrettanto interessante che all’interno del consiglio direttivo, ovvero il principale organo decisionale della BCE, non ci sia che una sola donna: tutti i rappresentanti delle banche nazionali che ne fanno parte sono uomini.

È difficile, in queste condizioni, credere che la parità dei sessi fondata sulla parità retributiva venga presa sul serio dall’UE. Ed è difficile anche credere che questa strategia sarà efficace su tutto il territorio dell’Unione, poiché paesi come l’Ungheria e la Polonia hanno introdotto delle politiche apertamente misogine che incitano le donne a tornare a ricoprire il tradizionale ruolo di massaie, casalinghe e mamme. Ma c’è di più, perché nelle scuole ungheresi la misoginia raggiunge un livello tale che ai bambini viene insegnato che le donne sono meno intelligenti degli uomini. Tutto questo a fronte dei discorsi dell’UE sulla necessità di offrire pari opportunità sul mondo del lavoro e la volontà di opporsi alle politiche pubbliche sessiste.

In questo contesto, la crisi sanitaria che sta colpendo l’Europa ci ricorda giornalmente l’importanza economica e sociale delle donne lavoratrici e l’impatto estremamente concreto delle politiche finanziarie sulla vita di tutti i cittadini. Sempre più voci (maschili, ovviamente) ci annunciano che, a fine emergenza, sarà necessaria una austerità ancora maggiore per fronteggiare il “dopo”. Chi, tra i membri delle istituzioni finanziarie, oserà ricordare che questa austerità condannerà in primo luogo il mondo femminile? Che ne sarà delle disposizioni annunciate nel quadro di questa strategia quinquennale?

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