Verso le elezioni europee: il coraggio di (r)esistere

, di Giulio Saputo

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Verso le elezioni europee: il coraggio di (r)esistere

Non si vedeva un momento di crisi sistemica in Europa dai drammatici anni ’30. È un salto indietro nel tempo difficile da immaginare per un mondo che non ricorda e vive in un presente senza passato e senza futuro. La maggior parte della politica (e dei cittadini) non azzarda un’analisi di lungo periodo: interpretare la storia è complesso e inseguire la folla è immensamente più facile. L’andamento di questo tempo purtroppo ci ha tolto l’abitudine a ragionare su linee cronologiche che vanno oltre l’hic et nunc. Viviamo a piene mani il delegare (e il non-fare) per poi crogiolarci in quel brivido irrinunciabile del giudicare senza neanche sapere. Su tutto poi prevale un atteggiamento, un vero stile di vita e di pensiero: l’essere vincenti. Tutti grandi o incompresi leader, nessuno perde mai, nessuno si prende le responsabilità di che accade o prova a comprendere le ragioni altrui perché semplicemente non esistono la sconfitta, la vecchiaia o la morte. Categorie sconosciute e ormai incomprensibili per chi ha l’arroganza della verità sempre in tasca.

La politica sembra esser relegata nel regno del superficiale, profondo come una pozzanghera, in cui è facile sguazzare inconsapevoli. Grida sragionate e slogan a casaccio di terza/quarta mano come se non stessimo parlando delle nostre vite, del nostro domani, di ciò che siamo e saremo. Sembrano mancare completamente le grandi narrazioni, la levatura morale per riuscire a pensare al futuro delle prossime generazioni e non alla sola conquista di un potere effimero e in decadenza. Manca la dignità di fare davvero politica, quella che si proponeva di realizzare dei valori nella storia. Manca ogni forma di buon senso e manca il coraggio di fare un passo indietro per permetterne due avanti all’intera comunità.

Intanto raschiamo il fondo di una società abbrutita, della “cosa pubblica” distorta e trasformata in una passerella per assecondare le proprie tifoserie: ecco l’immagine della partecipazione alla catarsi collettiva delle tragedie di un continente sempre più grottesco dove non c’è più nessuno spazio per le ideologie, per una sacralità laica, per il rispetto dell’altro, per la dignità e per il domani. Viviamo un eterno presente fatto di violenza, rabbia, odio e ignoranza che può esser incanalato facilmente dai capipopolo contro la vittima di turno. Siamo attorniati da un linguaggio sempre più semplice che i social non fanno che assecondare, spersonalizzando ogni forma di relazione. Tutto è ormai lecito e non importa se le cose sono vere o false, basta che servano a darci l’illusione di un’identità ed a creare una forma primordiale di gruppo, di «branco immaginato», fondato spesso su razzismo, xenofobia, odio e rifiuto della scienza. Sfoghiamo questa furia cieca contro un capro espiatorio, come i migranti, ma non possiamo davvero pensare che tutti i nostri problemi dipendano da questi disperati e dalla relativizzazione dello stesso concetto di cosa è umano (e merita rispetto) e cosa no. La politica di soccorso nel Mediterraneo non è un social network dove si “postano” offese o si prefigurano sentenze da Terrore, qui parliamo di persone. Ci sono delle responsabilità storiche individuali e collettive per i gesti che si compiono oggi e che ricadranno come un macigno sul ricordo che lasceremo (anche per una realtà senza memoria e senza futuro come la nostra). Salvare delle persone alla deriva in mezzo al mare non è mai «buonismo», è essere civili. Non ci vuole il pedigree di «compagni» per rispettare i diritti universali. Non è mai stata una prerogativa della «sinistra bene» ritenere che la vita debba essere tutelata.

D’altra parte, l’intellighenzia europea non può continuare ad isolarsi e trattare gli altri come degli imbecilli o con una pedagogia della ragione che illumini tutto dall’alto, deve parlare anche al cuore di cittadini che non ce la fanno più a sopportare le flebili scuse a giustificazione della palude in cui siamo. Deve smetterla di elevarsi su scranni talmente alti da non permetterle più di distinguere le persone, condannando senza appello “la plebaglia ignorante” che sta provando a cambiare l’assetto delle cose, uno status quo e un establishment che non danno una prospettiva e un futuro alla loro disperazione. Evidentemente non si fa bene politica da salotto senza stipendio, senza lavoro, senza sogni e senza uno sputo di speranza. Solo una cosa vediamo prevalere: la rabbia. Quella è comune a tutta la società, alimenta le grida dal basso che si innalzano disperate e, in circolo, ritornano a insultare la massa: una bella nebbia che avvolge tutti indistintamente e che impedisce di guardare dove sta andando una nave grande come un continente alla deriva.

La rabbia probabilmente nasce dalla paura di non aver più coordinate per orientarsi in un mondo complesso, dove la politica ha rinunciato al suo ruolo. Le istituzioni sono incapaci di dare risposte ai nostri problemi e la sfiducia porta a guardarci intorno disperati. Ci sentiamo sempre meno sicuri, senza la benché minima garanzia di un futuro perché non riusciamo nemmeno ad immaginarlo. Prima la religione, poi lo stato e le grandi ideologie fornivano una qualche risposta agli interrogativi ancestrali e davano una qualche consolazione anche nei momenti peggiori. Oggi c’è solo un baratro che riempiamo consumando e, quando non possiamo, si scatena un’insoddisfazione che è già quasi odio da riversare verso qualcuno. Una parte degenerata della politica soffia su questo fuoco col pericolo di trasformar il malessere in violenza, in voglia di eliminare il dialogo, di smantellare la democrazia, i diritti e distruggere tutto. Un malcontento permanente che muta in odio irrazionale elevato a strumento di governo.

Per questa situazione che viviamo oggi i responsabili hanno tutti i colori politici del passato e del presente. Inutile nascondersi dietro una maschera se si vuol sperare di farsi ascoltare da chi è ormai stanco di esser preso in giro, dei compromessi al ribasso, delle collusioni, dei giochetti di potere e per disperazione preferisce le risposte facili e il richiamo di queste sirene che intonano il plebiscitarismo, la crisi della democrazia e l’arrivo dell’autoritarismo. Più aspettiamo ad accettare la realtà di questo momento e più sarà dura trovare la forza e alzare il capo per dire quello che è giusto e non quello che è più semplice. Il razzismo e il nazionalismo li avevamo superati con la forza della ragione (e della dura esperienza di un Secolo di ferro), ma oggi ci stiamo facendo di nuovo ingannare da questi falsi miti e dalla loro promessa di trovarci un nemico. Invece, il nostro peggior nemico siamo noi stessi e sono le catene di un sistema politico-istituzionale nazionale e sovranazionale che devono esser scardinate per restare all’altezza delle sfide di un mondo globalizzato e delle risposte che esigiamo come cittadini. L’Europa va cambiata, non distrutta: questo significa avere ancora un futuro come italiani, come europei e (ancora) come civiltà.

L’Unione ha un valore storico perché è stata l’unico modello esistente di integrazione pacifica e democratica tra stati. Niente guerre, i problemi si sono affrontati in assemblea e seduti ad un tavolo. È l’unico attore politico globale che rigetta nettamente il nazionalismo competitivo, difende l’ambiente, i diritti umani, la democrazia, l’antirazzismo, la lotta alla disparità di genere, lo sviluppo sostenibile e uno specifico modello di welfare. Un quasi-stato che non ha bisogno di «esportare» con la violenza il proprio modello, ma che si fonda sull’unità nella diversità di una comunità di destino che condivide un progetto comune di pace e giustizia. Chi difenderà queste istanze nel mondo quando questa unicità sarà estinta?

Certo l’Ue è migliorabile, servono istituzioni che funzionino in modo realmente democratico e un bilancio autonomo per fare politiche. Al momento è una costruzione sempre più fragile nelle mani degli stati e del Consiglio che la stanno trasformando in un mostro inetto (vedi avanzamenti intergovernativi e tecnicizzazione crescente). È stata usata come giustificazione dei fallimenti o degli errori di una classe dirigente incompetente ma, nonostante questo, i cittadini possono ancora vederla come una speranza rispetto a quello che si trovano sul piano nazionale. Il punto è che il popolo europeo dovrebbe finalmente indignarsi e riprendersi la sovranità portandola sul piano sovranazionale, strappandola alle mani avide e rachitiche degli stati, ma purtroppo il suo sguardo è ancora volto al dito e non alla luna.

C’è comunque speranza. A destra e a sinistra numerose forze politiche hanno compreso che la vera battaglia del nostro tempo si combatte in Europa, riformando l’assetto dell’Unione con la sponda dell’unico organo pienamente rappresentante il popolo di questo continente nella sua interezza: il Parlamento europeo.

È assurdo in questo senso che i corpi intermedi e l’associazionismo non collaborino e non agiscano compatti per salvare la democrazia, i diritti umani, la libertà. Sembra di vivere in una ruota che gira inesorabilmente a vuoto, incomprensibilmente lontana dalla concretezza della realtà. Per quanto apparentemente ci siano grandi sforzi, a prevalere sono sempre le differenze, le specificità all’infinito, la settorialità, il classico «la mia battaglia è più importante della tua». Il pensiero cattolico, liberale o quello socialista hanno tutti e tre alcuni punti in comune fondativi della storia delle idee che caratterizza la nostra cultura: l’uomo, la modernità e l’universalità. Nonostante questo, vincono le incompatibilità anche se è il mondo democratico forgiato da tutte e tre queste ideologie insieme che sta morendo. Ormai gli stessi corpi intermedi rischiano di diventare solo una minoranza in questa nuova società «patologicamente insicura/illiberale» e di rappresentare interessi così marginali da essere trascurabili per gli stessi cittadini.

È tardi, non c’è più tempo per la caccia alle streghe, per le epurazioni, per i congressi permanenti o per i processi mediatici. Basta dissanguarsi in lotte intestine e parliamo di proposte, di narrazioni, di progetti che costruiscono e non distruggono. In questi momenti disperati servirebbero dialogo, ponti e umiltà ma purtroppo mi par (ogni giorno di più) che siano cose rare come l’oro.

La domanda è semplice: per quale Italia e per quale Europa ci vogliamo battere?

Lo scontro politico non si gioca più sul campo della vecchia linea di demarcazione che separa destra e sinistra, né può essere ridotto ad uno scontro tra europeisti e nazionalisti.

Il nazionalismo (chiamatelo sovranismo o fascismo o come preferite), sconfitto dall’ondata di europeismo spontaneo che ha riempito le strade di Roma e di tutta Europa poco più di un anno fa, adesso - come un’idra - sta svelando una sua nuova faccia. Il mancato coraggio nel realizzare i grandi cambiamenti istituzionali necessari all’Unione Europea per essere all’altezza delle aspettative dei suoi cittadini, hanno involontariamente favorito il ritorno di questi mostri in una veste ancora peggiore. L’alleanza che si sta creando tra i nazionalisti europei rivela che il loro scopo non è più quello di disgregare l’Unione, ma di ribaltare completamente i presupposti sui quali si è fondata fino ad oggi. Il reale obiettivo è ormai chiaro: realizzare un’Europa-Fortezza che abbia al centro unicamente il mercato unico e i fondi strutturali, ma che elimini tutto il resto dell’Acquis comunitario. Questo significa solo una cosa: distruggere la democrazia e rinunciare ai diritti umani.

Se vogliamo un’Europa di pace, un’Europa democratica e solidale, un’Europa che abbia al centro la libertà e i diritti, allora non ci resta che costituire un nuovo fronte comune e reagire. Fioccano i manifesti, ma ci serve un’alternativa reale che parli di un progetto politico e istituzionale condiviso e condivisibile da tutti. Poche cose, ma essenziali, capaci di segnar il passo per una battaglia di (r)esistenza.

«Nulla è possibile senza gli uomini, niente è duraturo senza le istituzioni» ricordava Monnet. Creare insieme delle istituzioni democratiche europee è l’ultimo argine che possiamo porre contro il ritorno di questo nuovo e ancor più pericoloso nazionalismo, per un’Europa che nel mondo si mostri come una vera alternativa all’imperialismo cinese e all’America First di Trump. Questo è il miglior lascito che possiamo trarre dai decenni di battaglie di Spinelli da Ventotene a Bruxelles.

Non parlo di «listoni» o «grandi assembramenti». Né si tratta di esser solo «anti» o «contro». Non ​basta combattere​ ​i​l nazionalismo​​ con frasi a effetto​, ma ​occorre superare questo stallo in cui è ridotta l’Unione. Il Parlamento europeo sta facendo tanto, ma dovrà fare molto di più. In questo senso, non ci servono a niente i «carrozzoni» per dare dei segnali nazionali «di riscossa» se tanto non hanno nessun riferimento unitario a Bruxelles. Ognuno si faccia la sua campagna elettorale, ma mettiamo dei punti fermi per dare un futuro all’Europa e alla democrazia che superino lo sguardo di queste elezioni.

Il serio pericolo che occorre evitare è di non ritrovarsi impegnati in una lotta d’avanguardia, di perdersi nelle bagarre di partito, di non aver combattuto per alcuna vera rivoluzione e di finire sconfitti senza neanche la dignità di aver mostrato il coraggio di pensare in grande contro una reazione che ha ben chiaro come far presa nei fasti di un passato edulcorato da una memoria debole. Se ci arrocchiamo nella difesa dell’esistente e di uno status quo italiano ed europeo anacronistico, avremo perso in partenza. Se, invece, vogliamo avere una minima possibilità, occorre dare ancora una speranza alle persone attraverso una narrazione che superi dialetticamente l’esistente e apra una finestra sul domani: torniamo a porre sul tavolo proposte concrete per mostrare quel che vogliamo essere come europei con una roadmap precisa verso una vera unione federale. Questa è la narrazione che è in grado davvero di dare una risposta ai cittadini nelle sue articolazioni politiche (sicurezza civile e sociale, rappresentanza, politiche per migrazione e integrazione, ecc).

Questo è l’impegno storico che dovrebbero sottoscrivere tutti i candidati che si ritengono democratici alle elezioni di maggio, lasciando da parte il listone in cui saranno inseriti o il loro riferimento politico. Una volta eletti, potranno metterlo in pratica nel primo scontro che vedrà il Parlamento contro il Consiglio europeo (quasi sicuramente da subito per la nomina del Presidente della Commissione), chiamando in appello la società civile e i cittadini.

Dovranno rispondere.

Diceva Albertini: «Disertando la politica non si lasciano le cose come sono, nemmeno nella vita privata. Si creano vuoti di potere, cioè si affida il potere agli altri, si accetta che degli altri divengano i padroni del proprio futuro». È inutile ripeterci che siamo nel solito mondo rassicurante gattopardiano che conosciamo. Sogniamo pure che l’Europa e la democrazia siano dei fini della storia e non dei processi umani. Immaginiamo di avere ancora un domani per scannarci sulle banalità, ma sarà solo un’illusione perché è della concreta definizione del nostro domani che stiamo parlando oggi.

Disegno di Giulia Del Vecchio.

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