
Dal dopoguerra ad oggi le elezioni americane sono state sempre qualcosa di più di una gara tra due partiti all’interno di uno Stato. La vittoria democratica o repubblicana ha un significato molto forte, che si impone in tutto il pianeta. Le ripercussioni sono amplificate, sia in campo economico, che politico, che sociale. Paradossalmente, tra tutte le persone che si interessano all’elezione del Presidente della maggiore democrazia del mondo, e che ne subiscono le conseguenze, solo una stretta minoranza ha diritto al voto.
Quelle americane sono elezioni globalizzate, a cui partecipano miliardi di persone. Coinvolgere tutti coloro che non votano, perché residenti in altri paesi, potrebbe sembrare una perdita di tempo, uno sforzo inutile. Ma le logiche della politica nazionale lasciano qui il posto ad un altro tipo di meccanismo.
Barack Obama, questo l’ha capito. La sua campagna elettorale si è incentrata su due azioni parallele: da una parte le convention, i comizi, i talk show; e dall’altra parte la creazione di un network a livello mondiale che ha coinvolto nella scelta chi americano non è. Obama ha convinto, anche chi non avrebbe votato, che lui era il cambiamento. “Change we need” è diventato ciò di cui ha bisogno l’intero pianeta.
Gli Stati Uniti escono da otto anni di governo Bush; una parentesi tanto buia quanto eccezionale, che chiude con la catastrofe economica più imponente della storia. Il fallimento di Bush è stato il fallimento dell’America che ha lasciato perdere la realtà e ha continuato per la sua cattiva strada. Ed è stato il fallimento di un sistema mondiale di relazioni politiche ed economiche basate sulla forza dell’economia USA e sulla presunzione che ciò sarebbe bastato a risolvere qualsiasi intoppo che altre potenze avrebbero potuto creare.
Questa logica del conflitto, degli Stati Uniti come gendarmi del mondo, gioco forza, cambierà. La vittoria di Obama è l’occasione per ripensare il sistema di istituzioni finanziarie e politiche internazionali, per creare una nuova strategia nella lotta al terrorismo, per affrontare diversamente la questione ambientale.
La logica nazionale è stata invece seguita da MacCain, americano vero, orgoglioso, reduce del Vietnam. La via d’uscita che ha offerto agli americani in campagna elettorale, che ha vantato come il vero cambiamento, è stata invece avvertita dagli americani come qualcosa di già visto. Parole diverse, ma combinate con lo stesso metodo del suo predecessore. All’ammissione degli errori dell’amministrazione Bush, non è infatti seguita la declinazione di un nuovo modus operandi, di una nuova sensibilità necessaria per avvertire i profondi mutamenti che attraversano non solo i sei fusi orari americani, ma tutto il globo.
La novità più sensazionale è però quella del colore della pelle di Obama. Non è possibile far finta di niente: qualcosa è successo. Nella puritana e, per molti versi, razzista America, alla Casa Bianca risiederà un cittadino di colore. Al di là del discorso razziale, che più interessa le dinamiche interne agli Stati Uniti, quello che salta agli occhi è il tema della cittadinanza. Obama è cittadino del mondo, a partire dalle sue origini. Rappresenta in qualche modo l’intenzione degli americani di riconsiderare il loro rapporto con gli altri popoli, di accettare e cogliere le nuove opportunità che promette la globalizzazione, non solo più in funzione di un arricchimento dei paesi ricchi a danno dei paesi poveri, ma come nuovo modo di convivere e progredire insieme.
È la rinascita e la ribalta nel XXI secolo, di due dei principi fondanti degli Stati Uniti, due principi che il mondo pensava ormai esauriti, che invece sembrano oggi rigenerati. Il “sogno americano” ed il “meltin’ pot”, stremati ed asciugati del loro senso dopo la tragedia dell’uragano Katrina e lo sfacelo economico, finanziario e sociale causato dagli avvenimenti dell’ultimo periodo.
Obama ha così conquistato gli americani, conquistando i non-americani. Ha fatto capire agli Stati Uniti che si deve uscire da un sistema internazionale che ha fatto il suo tempo, anche se c’è ancora chi stenta a capirlo. Il bisogno che ha l’America di cambiare coincide con il bisogno che ha il mondo di cambiare.





