
La crisi economica ormai da settimane riempe le prime pagine dei giornali. Ma da un paio di giorni si è fatta strada tra i titoli principali un’importante azione diplomatica del nostro governo, tesa a convincere i partner europei ad ammorbidire gli obiettivi per la riduzione delle emissioni di CO2. Sconcerto da parte delle istituzioni europee, mentre da parte italiana si invoca la crisi finanziaria e relativi costi.
L’azione politica, si sa, tende a concentrarsi sul breve temine, e i cambiamenti climatici non sono mai rientrati in questa categoria. E i costi del cambiamento climatico? Sì, costi, perché il cambiamento climatico non modificherà soltanto i nostri paesaggi e le nostri abitudini di vita: avrà anche un pesante impatto sull’economia mondiale. E come calcolare il costo di eventi futuri così complessi e sfuggenti? Secondo le stime dello Stern Report – il rapporto sull’impatto dei cambiamenti climatici sull’economia mondiale presentato dall’economista Nicholas Stern al Governo inglese nel 2006 – mitigare gli effetti del riscaldamento globale e ridurre le emissioni costerebbe l’1% del PIL mondiale. Il prezzo dell’inazione sarebbe
… l’1% del PIL mondiale per mitigare gli effetti del riscaldamento globale …
addirittura venti volte superiore. I modelli climatici, come quelli economici, non sono bocce di cristallo e queste stime, per via della loro enorme complessità, devono essere considerate come indicative. Ma è chiaro che scegliere di non agire in vista di un magro ritorno attuale avrà un costo sproporzionato nonché insensato.
Ma chi pagherà il prezzo di questo sconvolgimento globale? Il prezzo più alto lo pagheranno i paesi in via di sviluppo, dal momento che il cambiamento climatico sarà
… mitigare, ovvero limitare i danni …
certamente iniquo. Per diversi motivi: innanzi tutto il degrado ambientale in molti paesi in via di sviluppo e nelle loro megalopoli è già molto avanzato – d’altro canto le stesse industrie nostrane che chiedono a gran voce sconti sulle emissioni di CO2 ormai da anni delocalizzano produzione e relativo inquinamento in questi paesi. In secondo luogo, molti paesi in via di sviluppo si trovano sulla fascia equatoriale, particolarmente esposta a fenomeni ambientali estremi, o sul livello del mare. Sono spesso sovrappopolati, e non dispongono delle risorse per mettere in atto quelle misure di adattamento che vanno sotto il nome di “mitigazione” – che in maniera prosaica significa limitare i danni.
Anche le nostre economie dovranno affrontare serie conseguenze: gli scenari più ottimisti si limitano a considerare danni al turismo e alle risorse paesaggistiche, sparizione dei ghiacciai alpini, emergenze sanitarie come la drastica riduzione delle riserve idriche o la diffusione d malattie fino ad ora considerate tropicali. Le previsioni più estreme parlano di ondate migratorie dovute all’allagamento di vaste aree abitate, proliferazione di conflitti locali per le risorse e cronicizzazione della crisi alimentare mondiale.
Queste le cattive notizie. La buona notizia – a parte il fatto che aumentano le ottime annate del Barolo - è che la tecnologia necessaria per mitigare il cambiamento climatico esiste già. Neutralizzarlo non è possibile, perché è un fenomeno ormai in corso, ma lo si può controllare, limitarne gli estremi. La riduzione delle emissioni di CO2 è un passaggio cruciale.
Dai grandi sistemi, torniamo alla politica nostrana: alla luce di questi dati emerge una visione ristretta di governo e associazioni di industriali con le recenti richieste assolutamente inadeguate ed egoiste. É una di quelle situazioni che ci fa ripetere che per fortuna c’è l’Europa. Ma è un segnale preoccupante di come il
… raggiungere gli obiettivi di Kyoto è l’imperativo, ma la meta sembra lontana …
sistema economico italiano si ostini a non vedere il potenziale di crescita e sviluppo sostenibile insito nelle tecnologie e nell’energia verde. La strada da intraprendere è chiara, ce la indicano da anni esperti ambientali e anche economisti: investire in ricerca e nuove tecnologie, concentrarsi sulle risorse rinnovabili del proprio paese (in Italia, energia idroelettrica, eolica e solare), eliminare gli sprechi, modificare gli stili di vita. Dalla crisi dei rifiuti a Napoli fino al dibattito sull’immigrazione, non c’è argomento di attualità che non si ricolleghi alla questione ambientale. Un intero sistema economico deve riconvertirsi all’economia sostenibile: è un’opportunità immensa, che altri paesi europei stanno già cogliendo.
L’Unione sembra decisa a mantenere il suo obiettivo di ridurre le sue emissioni del 20%, come prevedono gli accordi di Kyoto, anche se per il momento sembra
… sperare che all’Ue prevalga lo spirito di interesse comune che l’ha animata nei momenti migliori …
lontana dal raggiungere gli obiettivi stabiliti. Ma resta il fatto che, sul piano internazionale, l’Unione Europea continua ad essere il sostenitore più autorevole del Protocollo di Kyoto. Il prossimo anno, a Copenhagen, si dovrebbe raggiungere un accordo per un’ulteriore riduzione delle emissioni di gas serra. La speranza è che in seno all’Unione, dopo mesi di torpore e ripiegamento nazionale, prevalga quello spirito di interesse comune che ha animato i suoi momenti migliori. In tempi non sospetti, Bob Dylan cantava che i tempi stanno cambiando, e se non ti metti a nuotare affonderai come una pietra.







