
Secondo i due autori, l’evidente crisi del dollaro e gli enormi deficit gemelli (delle partite correnti e del bilancio federale) americani sono collegati al declino dell’ex potenza egemonica statunitense, che non è più in grado di assicurare da sola un ordine al mondo globalizzato, nel quale da più parti cresce la richiesta di una gestione condivisa della cosa pubblica mondiale.
Gli accordi di Bretton Woodsdel 1944 sancivano la centralità del dollaro (unica moneta convertibile, ad un prezzo fisso, in oro) e degli USA come creatori di liquidità per il mondo intero, o almeno per la parte non compresa nel blocco sovietico. Questo sistema, fino alla sua fine (1971: dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro), ebbe successo nel favorire lo sviluppo economico post-bellico, pur non essendo democratico ma fondato sull’egemonia del nuovo centro del mondo: gli Stati Uniti.
La situazione di oggi è molto diversa: sono emersi nuovi importanti centri di potere economico e politico, quali Giappone, Europa ed ora Cina ed altri Paesi emergenti. L’UE si è data una moneta unica, che per importanza è già la seconda valuta mondiale, e la Cina ha deciso lo scorso anno di disancorarela sua moneta dalla parità fissa con il dollaro per legarla ad un paniere di valute in cui la moneta americana non dovrebbe pesare più del 25%. Gli USA non si indebitano più, come avveniva in passato, per attuare investimenti produttivi nel resto del mondo, bensì per finanziare la propria dissennata domanda interna di beni di consumo, scaricando sulle future generazioni il peso di una condotta di vita insostenibile. Le ingenti spese militari, derivanti dal tentativo americano di riaffermare con la forza una supremazia ormai in declino, contribuiscono ad aggravare la situazione. La Cina è il principale fornitore di risparmio per gli USA, a maggior ragione quindi la decisione di Pechino è da leggere come un chiaro segnale del declino del dollaro.
Si sente parlare da più parti di aggiustamento: la prospettiva di una svalutazione della moneta americana, che servirà a “guarire” i deficit. Le opinioni divergono allorché si tenta di prevedere quando avverrà e di che portata sarà la svalutazione, e in generale languono le proposte su come gestire in futuro il sistema monetario internazionale.
Iozzo e Mosconi osservano che i problemi non saranno risolti passando ad un nuovo ordine monopolare, chiunque si dovesse trovare a gestirlo.
Gli esempi già esistenti di panieri monetari (l’ecu, antesignano dell’euro, lo yuan, dopo la recente decisione cinese) dimostrano che tutto questo può funzionare. Non solo: il caso della moneta europea dimostra che da un paniere si può giungere alla moneta unica. I federalisti hanno proposto per primi, negli anni ’50, la moneta europea. Ora Iozzo e Mosconi indicano una via per arrivare alla moneta mondiale.
I federalisti hanno proposto per primi, negli anni ’50, la moneta europea. Ora si indica la strada per la moneta mondiale
Il nuovo sistema monetario dovrebbe essere aperto: tutte le monete dovrebbero avere la possibilità di aderirvi, definendo quindi il loro valore in termini di wcu. Le Banche centrali dovrebbero avere la possibilità di convertire le loro riserve in wcu, previo pagamento di una tassa, i cui proventi andrebbero in maniera trasparente a sostenere il sistema e le istituzioni preposte a garantirne il funzionamento, che potrebbero poi ricorrere al mercato per ottenere ulteriori finanziamenti.
Il Fondo Monetario Internazionale viene individuato come l’istituzione che gestirà il nuovo ordine. Anche il FMI dovrebbe però essere riformato per dare rappresentanza democratica a tutte le aree regionali e per assicurare che le decisioni siano assunte a maggioranza qualificata. Il FMI diventerebbe in questa prospettiva il Consiglio dei Ministri dell’economia di un’ONU anch’essa avviata verso la democratizzazione. La Banca Mondiale potrebbe diventare l’agenzia dell’ONU per lo sviluppo umano e la sostenibilità ambientale.
L’aggiustamento potrebbe compiersi in questo scenario in modo meno traumatico. Si eviterebbero i forti scompensi, altrimenti ineluttabili in tutto il mondo, legati alla caduta del dollaro. La svalutazione della moneta americana diverrebbe la perdita di valore di una delle monete del paniere mondiale. Si limiterebbero così le perdite sulle attività finanziarie e sulle riserve delle banche centrali prima denominate in dollari. Il calo della domanda interna statunitense potrebbe lasciare spazio ad un reindirizzamento delle risorse del pianeta verso una spesa più sana, diretta allo sviluppo delle zone più arretrate e alla produzione dei beni pubblici globali, di cui oggi c’è estremo bisogno. Anche qui il ruolo delle istituzioni internazionali sarebbe centrale.





