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Le sfide di Lady PESC

, di Paolo Acunzo, Salvatore Sinagra

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  • Paolo Acunzo è nato a Roma nel 1971, padre di due figli, dopo la laurea in Scienze politiche ha conseguito il titolo di Esperto in diritto, economia e politiche dell’Unione europea. Ha lavorato diversi anni a Bruxelles presso il Parlamento europeo e la Commissione europea. Ha svolto il ruolo di European Affairs Adviser per diverse organizzazioni in Italia e all’estero e tiene le relazioni con istituzioni, agenzie e industrie europee. Attualmente è Vice Segretario nazionale e Segretario della sezione «Altiero Spinelli» di Roma del Movimento Federalista Europeo.

  • Nato a Palermo nel 1984. Laureato in Economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi. Analista finanziario.

Federica Mogherini è stata designata come Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione europea, ottiene un riconoscimento importante, grazie al risultato conseguito dal PD alle europee e al suo grande peso nel PSE, ma il suo compito sarà arduo, per via di un imbarbarito contesto internazionale, per i poteri che ha e per quelli che non ha.

Molti speravano che il crollo del muro di Berlino e il collasso dell’URSS fossero il preludio di un’era di pace e prosperità, dopo il 1989 la situazione è invece precipitata. Tutto serve oggi tranne la nostalgia della guerra fredda ma è necessario prendere atto che il mondo è nettamente più instabile rispetto a venticinque anni fa: il numero dei conflitti è cresciuto notevolmente e si sono moltiplicate le forme di violenza; sono proliferati gli Stati falliti; è divenuto sempre più evidente che alle guerre tra Stati si è aggiunta la minaccia di vere e proprie internazionali del terrorismo, del contrabbando, del traffico di armi e di esseri umani. Con la fine del comunismo la prima grande privatizzazione ha riguardato la guerra. Pian piano si è capito che gli Stati Uniti da soli non sarebbero stati in grado di garantire la pace, e in molti casi l’occidente si è trovato in grandi difficoltà non capendo bene per chi dovesse prendere parte. Con chi bisogna stare in Egitto? Con un partito islamico non si sa nemmeno quanto conservatore o con i militari? E in Ucraina? Con i nazionalisti russi o con un ampio fronte che comprende anche fascisti? E in Siria? Con il dittatore che fa strage del suo popolo o con gli islamisti e i contrabbandieri?

Mai in passato hanno inciso come oggi sulla nomina dei componenti della nuova Commissione le relazioni con(tro) la Russia di Putin e quelle con l’America di Obama. È il primo riconoscimento che gli USA non ce la fanno, che un mondo monopolare non è possibile, invece il contributo di un’UE politicamente rilevante potrebbe essere significativo nel nuovo mondo multipolare.

Se coordinare la diplomazia negli Stati Uniti è diventato un incubo in Europa le cose vanno ancora peggio. Già nei primi anni novanta sono risultati evidenti, con le guerre nell’ex Jugoslavia, i limiti della vecchia Europa nel confrontarsi con il mondo non più bipolare. Così nei momenti peggiori, sotto la pressione di Bush figlio per esempio, ci siamo spaccati su decisioni importanti, come quella di invadere l’Iraq; nei momenti migliori, quando Clinton e Obama non hanno chiesto agli europei fiancheggiatori, ma un valido partner, quando noi europei avremmo avuto la possibilità di crescere, ci siamo rivelati incapaci di parlare con una sola voce. Sono ancora troppi quelli che pensano che è assai conveniente accettare un rapporto subordinato con Washington piuttosto che avere una politica europea. Il risultato di questa strategia? Da Gaza e Donetsk, passando per Damasco e Mosul abbiamo la guerra a due passi da casa nostra. L’anno prossimo festeggeremo settant’anni di pace dentro i confini dell’UE, sarebbe bello che lo facessimo domandandoci quali sono i rischi di tollerare la guerra appena fuori i confini dell’UE.

Oggi gli Stati Uniti ci chiedono ancora una volta di fare la nostra parte, proprio perché in questo precario sistema geopolitico non serve più solo qualcuno che applichi la dottrina Bush o Obama, ma un controaltare in grado di dare quella stabilità nei rapporti internazionali che l’escalation di una globalizzazione selvaggia ha reso sempre più improbabile.

Anche dopo il trattato di Lisbona, anche dopo la fusione tra la carica di alto rappresentante e commissario agli affari esteri, la politica estera di Bruxelles continua ad essere caratterizzata da grandi contraddizioni, e la madre di tutte le contraddizioni è il tentativo di creare una politica estera europea senza chiedere agli Stati di rinunciare al loro diritto di veto nell’elaborazione delle scelte comuni. È come se in una squadra di calcio tutti i giocatori si portassero all’attacco nella ricerca del gol personale, non pensando al risultato della squadra. Dunque solo con l’abolizione del diritto di veto potrà nascere una vera politica estera comune europea, ma tanto si può fare oggi e tanto si deve fare oggi per conseguire tale risultato.

Federica Mogherini dovrà quindi scrivere quasi dal nulla una politica estera, che dovrà andare molto oltre la dicotomia americanismo/antiamericanismo e purtroppo incontrerà giganteschi ostacoli ancor prima di uscire dai confini dell’UE: dovrà far capire ai britannici e a qualche vicino dei casa dei russi che la NATO non basta più, dovrà far capire ai francesi che ormai neanche Parigi ha una politica estera e che non basta liberare Timbuctù per celebrare la rinascita dell’Africa Francese e dovrà far capire ai tedeschi che la politica commerciale non è un surrogato della politica estera. Infine dovrà lavorare perché la politica estera dell’UE sia coordinata con tutte le altre, da quella commerciale a quella dell’immigrazione, perché come ha di recente ricordato Draghi politiche di segno opposto possono neutralizzarsi a vicenda e non sortire nessun effetto, anche se buone. Tale coordinamento difficilmente potrà essere efficace se le prerogative delle relazioni esterne della nuova Commissione saranno sparpagliate su molti portafogli e Lady PESC dovrà limitarsi a “mettere insieme i pezzi fabbricati” da diversi commissari. Infatti in questo caso Lady PESC dovrà non solo cercare di trovare una sintesi tra gli interessi nazionali, ma limitare le pretese di molti altri commissari.

Ovviamente una politica estera comune dovrà puntare a realizzare l’Europa potenza civile tratteggiata da Mario Telò nell’omonimo libro. La necessità di un esercito europeo non è quindi figlia del desiderio di creare una nuova superpotenza militare, ma della necessità di ottimizzare efficacia strategica della difesa europea e tagliare i costi della “non Europa” della difesa comune. La via diplomatica sarà quindi fondamentale per trovare una soluzione di mezzo tra un’Europa neutrale “che si fa i fatti suoi” ed un’Europa che replica anche se autonomamente le politiche neocon dell’amministrazione Bush. Per cambiare realmente verso all’Europa si deve partire dalla sua politica estera. Solo con un nuovo sistema di relazioni internazionali dove l’UE possa giocare autonomamente un ruolo da protagonista si potrà dare quel contributo di pacificazione di cui l’attuale (dis)ordine mondiale ha urgente bisogno.

Visto che oggi non esiste ancora una politica estera europea, non ci resta che sperare che Lady PESC utilizzi il suo mandato a pieno, rimediando al tempo perso con la falsa partenza del passato, riuscendo ad avviarla quanto prima. Dunque facciamo i migliori auguri di buon lavoro a Federica Mogherini, ma soprattutto a tutti noi, cittadini del mondo.

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P.S.

Fonte immagine Wikimedia

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