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Se la lotta politica resta nazionale, vince il nazionalismo

, di Antonio Longo

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A nulla è valso il richiamo alla ragione, a nulla è valso il richiamo all’interesse economico o al peso della City e della finanza internazionale (che secondo molti, tutto potrebbe) nel determinare le scelte degli elettori. E non è bastata nemmeno la morte di Jo Cox, europeista e prima vittima del nazionalismo. Gli Inglesi hanno smentito Napoleone (“è un popolo di bottegai, che decidono con il portafoglio, non con il cuore”) ed hanno confermato ciò che un loro deputato disse una volta a Spinelli: “contro ogni logica abbiamo resistito ad Hitler, che aveva già sottomesso il continente, perché siamo un popolo stupido. Se avessimo trattato avremmo perso. Ma poiché siamo stupidi, abbiamo deciso di resistere ed abbiamo vinto”.

Nell’immaginario collettivo dell’inglese medio, specialmente di quello anziano, non urbanizzato, delle campagne o delle periferie, deve essere scattato questo meccanismo: l’Unione europea è la nuova Germania che punta all’egemonia. Non a caso, negli ultimi giorni della campagna elettorale il leader del fronte nazionalista, Farage, disse che il 23 giugno sarebbe stato il loro indipendence day.

La vittoria di Brexit mostra che il richiamo al patriottismo e al nazionalismo vale per un politico più del richiamo alla ragione. È ciò che gli dà potere nei momenti di crisi economica e di insicurezza politica. E che sfrutta abilmente per conquistare o mantenere il potere nazionale. Sono cose che l’Europa, che ha conosciuto fascismi e totalitarismi d’ogni specie, dovrebbe sapere benissimo. “Se la lotta politica resta nel quadro nazionale – diceva Spinelli – è difficile sfuggire alle aporie del passato”. Perché è il quadro politico nazionale che finisce inevitabilmente per favorire quei politici che si battono per mantenere questo quadro d’azione: quindi favorisce i vari Farage, Le Pen, Salvini e via di seguito.

Dunque non serve a nulla dire che bisogna cambiare i politici: bisogna invece cambiare il quadro della lotta politica. È questa la “rivoluzione” da compiere: far nascere un quadro di lotta per il potere europeo. Se nasce questo, allora cambieranno automaticamente i politici, perché questi saranno selezionati sulla base della loro capacità di proporre o meno soluzioni europee – e non nazionali – alla crisi in corso. Che è questo che i vari Farage, Le Pen, Salvini (ma anche tanti altri, a destra o a sinistra) non vogliono, perché sanno che in un quadro europeo di lotta politica non ci sarebbe molto spazio per il richiamo alla “nazione” come elemento fondante del potere. Dunque, perderebbero.

Ritorna allora l’antica ed attualissima linea di divisione tra progresso e conservazione tracciata a Ventotene: tra coloro che vogliono mantenere il campo nazionale come quadro esclusivo di lotta politica – facendo così anche involontariamente – il gioco della conservazione e coloro che invece si battono per costruire un “solido stato internazionale”, cioè un governo federale, responsabile della politica estera, della difesa e dell’economia.

Dalla crisi della democrazia non si esce con l’illusione di un recupero della sovranità nazionale, bensì con la nascita di una sovranità e di una democrazia europea. Con chi ci sta.

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Tuoi commenti

  • su 24 giugno a 17:57, di francesco franco In risposta a: Se la lotta politica resta nazionale, vince il nazionalismo

    Riformulerei la citazione come segue: “contro ogni logica abbiamo resistito ad Hitler, che aveva già sottomesso il continente, perché siamo un popolo stupido. Se avessimo trattato avremmo perso. Ma poiché siamo stupidi, abbiamo deciso di resistere ed [hanno vinto gli americani ed i russi] noi abbiamo perso... l’impero (ma i più anziani non se ne sono ancora resi conto)”.

  • su 24 giugno a 18:03, di francesco franco In risposta a: Se la lotta politica resta nazionale, vince il nazionalismo

    Io penso che si possa qui citare anche Michele Ballerin che ha pubblicato nel blog de l’Expresso un articolo simile con una tesi che si riassume in queste poche righe «l’unica cosa che oggi vogliamo sentire da chi ci governa è la parola chiara e definitiva: se l’Europa non vuole naufragare, dovrà fare il passo decisivo verso l’unione politica. Subito, e non in un futuro imprecisato. “Federarsi o perire”: ecco il significato del 24 giugno. E il vostro parlare sia “sì, sì, no, no”: il resto viene dal maligno… Perché è il momento di decidere.»

  • su 25 giugno a 13:39, di Jean-Luc Lefèvre In risposta a: Se la lotta politica resta nazionale, vince il nazionalismo

    Aspetto molto dall’Italia!

    «Se fédérer ou mourir»...C’est, en effet, le moment de décider! Après tout, la «crise», étymologiquement pour nos chers Grecs, c’est le moment privilégié pour choisir son destin. Osons, nous aussi, notre liberté! Souvenons-nous de de ROUGEMONT: «Le futur est notre affaire», pas celle de Washington, de Moscou ou de Pékin!

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