La politica estera no!

Dimensione europea di un problema tutto italiano

, di Michela Costa, Nives Costa

La politica estera no!

Il governo Prodi è stato sconfitto sulla politica estera. Il governo Prodi è stato sconfitto sulla politica estera? Da una settimana a questa parte le prime pagine dei giornali italiani sono occupate dalla crisi che ha portato l’esile maggioranza di Romano Prodi ad un passo dal baratro. Casus belli, il discorso del ministro degli esteri D’Alema. La facile risposta alla crisi di governo a cui abbiamo assistito addossa le responsabilità della sconfitta al Senato alla mancanza di una visione comune per il ruolo del nostro paese nel mondo e alla disomogeneità ideologica della sinistra.

Una spiegazione assolutamente lampante, in condizioni normali e in un paese normale. Ma come si fa a dimenticare il piccolo dettaglio che il governo ha in Senato una maggioranza irrisoria, che dipende dai senatori a vita, che i voti contrari arrivano da franchi tiratori disconosciuti dai loro stessi partiti? E come ignorare il ricatto delle componenti centriste, o il chiaro gioco di chi ha ritenuto più pulito far crollare il governo chiamando in causa l’atlantismo e la fedeltà agli Stati Uniti piuttosto che ammettere che il suo vero nemico è in casa, e si chiamano Unioni di Fatto?

Si ripetono da ogni parte i teoremi più svariati. Alcuni rappresentanti della sinistra radicale hanno ritenuto che la politica estera italiana avesse bisogno di un segnale di forte discontinuità dal passato, in particolare sul tema dell’Afghanistan. I membri dell’opposizione, invece, si disperano per la perdita di credibilità del nostro paese di fronte all’alleato americano. Nel fuoco incrociato degli schieramenti, tra lettere di ambasciatori e manifestazioni di piazza, sembra impensabile affrontare il tema della collocazione dell’Italia nel mondo in termini razionali, senza ricorrere a linguaggi emotivi. Forse dovremmo tranquillizzare la destra berlusconiana, è poco probabile che George Bush non ci faccia più amici; e magari dovremmo spiegare ai duri e puri della sinistra estrema che lasciare l’Afghanistan è una follia insensata, nonché un atto profondamente irresponsabile.

L’adesione incondizionata alle posizioni americane e una confusa forma di radicalismo non interventista sono forse le uniche alternative presenti in campo?

L’adesione incondizionata alle posizioni americane e una confusa forma di radicalismo non interventista sono forse le uniche alternative presenti in campo? O c’è di più nelle linee di azione presentate dal Ministro D’Alema come bussola per indirizzare la futura politica estera italiana? Riaffermare la centralità dell’azione europea è già di per sé una netta virata rispetto ad un governo che l’aveva infranta per la guerra in Iraq, calpestando la legittimità internazionale che si esprime tramite le Nazioni Unite.

Mentre l’opposizione attacca sul ritiro dal “pantano iracheno” (decisione che peraltro sarà ben presto imitata dalla Gran Bretagna di Tony Blair), la sinistra radicale protesta per la presenza italiana in Afghanistan. Tutti, ma proprio tutti, sembrano aver dimenticato la missione in Libano: un’occasione nella quale non soltanto l’Italia ha agito nel pieno rispetto della legalità internazionale, ma ha anche compiuto una brillante operazione politica compattando il fronte europeo nella gestione della crisi. Accusare il nostro paese di atlantismo è altrettanto ridicolo quanto affermare che si sta distruggendo il rapporto di fiducia con gli Stati Uniti. La demagogia semplificatrice non ha mai aiutato l’analisi politica.

C’è una cosa di cui oggi non si sente affatto nostalgia: dei princìpi della realpolitik, secondo cui alcune scelte geopolitiche sarebbero inevitabili. Preferiamo pensare che, con un governo promotore di una diversa visione della politica estera, l’Italia non sarebbe andata in Iraq, come d’altronde è avvenuto per molti grandi Stati europei. Questo non significa che Francia, Germania (e molti altri) siano paesi radicali, offuscati dall’odio anti-americano, o che siano i fautori di un colpevole appeasement. In quell’occasione sono stati invece portatori di una visione europea delle relazioni internazionali, che si oppone a quella americana non per cieco ideologismo, ma perché pone il rispetto della legalità internazionale a fondamento delle sue politiche. Il che non comporta necessariamente astenersi dall’intervenire nelle zone calde del pianeta, al contrario: proprio perché l’intervento dev’essere legale, legittimo e congiunto l’Unione europea deve parlare con una sola voce, e dotarsi al più presto degli strumenti per una politica estera comune.

C’è una cosa di cui oggi non si sente affatto nostalgia: dei princìpi della realpolitik

La comunità internazionale ha regole diverse da quelle degli Stati, ma alcuni princìpi rimangono immutati: l’azione violenta del singolo è un abuso che mina le fondamenta della convivenza civile. Ma quando l’uso della forza è incanalato in leggi che lo regolino e lo limitino, quando è espressione condivisa dalla comunità stessa - creatrice di norme di autoregolamentazione - esso diviene gestione legittima dei conflitti. La missione in Afghanistan, che tanto ha infiammato la politica italiana nell’ultima settimana, è ad oggi gestita dalla NATO sotto l’egida delle Nazioni Unite, la più alta forma di legittimazione a livello internazionale.

Per citare il Ministro degli Esteri D’Alema, su tante cose questo governo poteva cadere, ma sulla politica estera no. Perché per la prima volta in tanti anni la politica estera italiana ha assunto una forma, una sostanza e una progettualità autonome, una complessità che lascia intravedere una visione articolata delle relazioni internazionali. Presupposti indispensabili, da tenere in considerazione se vogliamo attribuire finalmente un contenuto alla generica espressione “politica estera europea”.

Fonte immagine:Flickr

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Tuoi commenti

  • su 26 marzo 2007 a 17:11, di Edoardo Sada In risposta a: La politica estera no!

    Consiglio la lettura dell’articolo di Angelo Panebianco apparso oggi sul Corriere della Sera. Si sofferma su alcune questioni sollevate da Michela e Nives Costa.

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